lunedì 14 novembre 2016

Ponti tibetani e tensioni indipendentiste

Questo è come funziona, alle volte: come si progetta - e realizza - una camminata poco impegnativa ma, soprattutto, completamente soddisfacente: per le gambe, e gli animi.


Così il meteo dava un sabato di sole, e nell'aria c'era bisogno di molta distrazione, e di tenere in movimento delle gambe indolenzite da troppe serie da venti di squat con bilanciere. Ci voleva - il tono è quello del narratore delle pubblicità del Montenegro - ci voleva quindi un percorso abbastanza lungo da permettere alle chiacchiere di fare il loro lavoro, e ai pensieri di chetarsi; abbastanza vario da non annoiare; che non prevedesse inerpicamenti ed avventure perigliose; divertente e curioso.

Nel nostro elenco lunghissimo di cose da vedere occupava un posto abbastanza prioritario - un appunto copiato dall'internet: "perfetto per il tardo autunno" - il ponte tibetano sulla Strada del Re (dal Pian delle Fugazze a rif. Campogrosso, in provincia di Vicenza, da qualche parte a sud del Pasubio). Ho steso quindi la carta Tabacco delle Piccole Dolomiti (numero 56) sul pavimento del salotto, e ho giocato con le possibilità di un giro ad anello di circa quattro ore: pendenze modeste, e cosette da vedere lungo la strada.

[Questo scritto dovrebbe in realtà parlare di un clima piuttosto freddo - una leggera imbiancata di neve a terra, e agognare i tratti esposti al sole - e di improvvise e insistenti raffiche di vento, e di come, data una qualunque superficie cartografica cartacea (piuttosto ampia, comunque), il percorso che tu hai da seguire - e, siccome nuovo alla tua esperienza, da verificare con una certa frequenza - si trovi in ogni caso rappresentato proprio sulle pieghe della carta: rendendone l'apertura e la consultazione, ai di-cui-sopra vento e freddo, ogni volta complicata, e svolazzina.]

Comunque. Un bel riassunto del Veneto prealpino di montagna, con poca fatica e molto piacere geografico. Con le scritte VENEXIT a bomboletta gialla lungo i tornanti. Con le cose di ossari e grossi proiettili e monumenti silenziosi della Grande Guerra, lo sguardo panoramico su valli ancora morbide di nebbia e, più in là, la pianura che lavora e produce: e cannoni puntati ancora verso nord, ché non si sa mai. Con stradette pensate per essere percorse in Panda, dipanate attorno a monti modesti, ma comunque vertiginosi, spaccati, vivi: frane attive, rocce e roccette bianche per essersi appena staccate da poco-più-in-sù; roba che scivola e rotola. Poi un rifugio, dove scaldarsi un attimo e guardare le vie di scalata disegnate originariamente a penna e poi fotocopiate, e bere un Genepì fatto in casa versato da una bottiglia ENORME che versa in un piccolo tappo-alambicco che versa - finalmente - nel bicchierino, con grande scomodità di chi la maneggia, questa bottiglia. Con la deviazione sentieristica per tagliare un paio di lunghe anse asfaltate: e la meraviglia di boschi fittissimi, letti di foglie secche ad alternarsi alla neve sottilissima, massi enormi rotolati su piccoli prati a rendere il paesaggio vario, piccole malghe nelle quali sarebbe bello pensarsi la sera al calore del fuoco. (Si poteva tornare alla macchina scavallando una selletta, che immagino poco impegnativa; ma abbiamo preferito ricongiungerci alla strada delle Sette Fontane, e quieti poi rincasare.)

Il tutto è segnalato alla perfezione da un fiorire di cartelli per una volta non scoloriti o sradicati. Fatelo, questo giro: ve ne passo cartografia, se vi serve. Sono terre che hanno molto da dare. I colori dell'autunno mancano un po', forse: ma riempire gli occhi di cose belle, il fiato a condensarsi davanti la faccia per un corroborante freddo, e poi chiudere la giornata con un vino in un qualche venetissimo baretto dell'alto vicentino, al concerto bizzarro di bestemmie e suonetti delle slot machine, merita.

PS. In un sabato d'autunno soleggiato abbiamo incontrato davvero moltissima gente, in giro. Molti erano lì per i trenta, quaranta minuti di camminata verso il ponte cosiddetto tibetano, che è un po' l'attrazione turistica, ora (è di apertura recentissima, e ha ovviato ad una frana che altrimenti interrompeva il percorso). E' carino da attraversare, fa curiosità e la visuale è splendida, ma quello che conta è che attira, ignari, verso terre che sembrano essere piuttosto soddisfacenti, e ricche, da esplorare.


Indicazioni velocissime. Si parcheggia a Pian delle Fugazze (si pagano, i parcheggi: ma ci sono dei lungostrada gratuiti), e ci si incammina in direzione Ossario del Pasubio (il quale si può anche deviare quei dieci minuti per visitarlo). Si prosegue lungo la strada Del Re - dove si incontra il ponte - e si prosegue verso rifugio Campogrosso. Da qui, si ritorna alle Fugazza via strada asfaltata, oppure seguendo il sentiero 170 verso malga Boffetal e strada delle Sette Fontane oppure, per i più ardimentosi, verso selletta Nord-Ovest. Quattro ore in tutto, pausa pranzo (al Sacco) e Genepì compresi.

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