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mercoledì 23 novembre 2016

Le grotte del Caglieron, pt.2

Non è in realtà un "parte due" nel vero senso della parola, ma è il frutto di ulteriore esplorazione, a dire: c'è sempre tantissimo da curiosare - ovunque, vicino, attaccato, affianco, nei dintorni.


Così non contenti siamo sbucati sulla strada asfaltata giusto prima del punto ristoro relativo alle grotte del Caglieron, dopo le pìrole del giro [delle Grotte] stesso, e cartelli malfermi indicavano una ulteriore cavità - la Grotta di Santa Barbara, forse? - e le rovine del castello di Piai: sentiero bello pendente parallelo alla strada, da imboccare senza indugio.

Dopo essere passati - con un po' di imbarazzo - attraverso l'aia di una casa ruralissima, ci si ritrova dentro un bosco fitto, scuro: sentieri altri sono indicati verso tutte le direzioni mentre si sale - oh!, si sale - in direzione delle ruine. E mi piacerebbe essere un po' botanico, per poter descrivere la trasformazione del panorama vegetale durante l'ascesa: ma non lo sono, e quindi niente.

E niente anche per il parlarvi delle ruine: perché lì ci sono pannelli che raccontano di nomi medievalissimi e buffi, tipo Guecellone e Rizzardo; e anche vorrei/potrei parlarvi della storia di quei luoghi: ma il sito della pro loco di Fregona è completissimo.

Vorrei dipingere anche ai vostri occhi i boschi autunnali di-cui-sopra, ombreggiarli per mezzo della luce poco-prima-del-tramonto, incorniciarli di gambe che vanno.

Invece solo vi racconterò in due parole di come salendo io, da bravo ex-praticante tangente e lavorativo della disciplina archeologica, ho prefigurato alla mia Compagna che, Stai a vedere te, le rovine magari saranno poche pietre residue, forse anche invisibili, solo una traccia di fondamenta, un residuo di fossato, un grande vuoto tra gli alberi dove ci immaginiamo, sbuffando per la salita, un imponente maniero.

E quindi svoltiamo l'ultimo tornantino di sentiero prima dell'ascesa finale alle rovine, e sul cartello che le annuncia si legge una benevolmente preventiva scritta a pennarello, che vi trascrivo perché la foto è pessima:

se siete qui per il castello non c'è una minchia!

Con aggiunte forse di pochissimo successive: Vero!! Verissimo! Confermo!! 

E il notevole cappello (xe do piere), sono due pietre, tra parentesi.

La passeggiata è piacevolissima, comunque.

(anche se - al di là della delusione edilizia - manca un po' di panoramica, dacché alberi sono cresciuti tutto attorno la sommità del colle dove sorge(va) il castello, e non si riesce a vedere dall'alto un fin-di-valle che sembra piuttosto interessante...

(qui un po' di storicismi)

lunedì 14 novembre 2016

Ponti tibetani e tensioni indipendentiste

Questo è come funziona, alle volte: come si progetta - e realizza - una camminata poco impegnativa ma, soprattutto, completamente soddisfacente: per le gambe, e gli animi.


Così il meteo dava un sabato di sole, e nell'aria c'era bisogno di molta distrazione, e di tenere in movimento delle gambe indolenzite da troppe serie da venti di squat con bilanciere. Ci voleva - il tono è quello del narratore delle pubblicità del Montenegro - ci voleva quindi un percorso abbastanza lungo da permettere alle chiacchiere di fare il loro lavoro, e ai pensieri di chetarsi; abbastanza vario da non annoiare; che non prevedesse inerpicamenti ed avventure perigliose; divertente e curioso.

Nel nostro elenco lunghissimo di cose da vedere occupava un posto abbastanza prioritario - un appunto copiato dall'internet: "perfetto per il tardo autunno" - il ponte tibetano sulla Strada del Re (dal Pian delle Fugazze a rif. Campogrosso, in provincia di Vicenza, da qualche parte a sud del Pasubio). Ho steso quindi la carta Tabacco delle Piccole Dolomiti (numero 56) sul pavimento del salotto, e ho giocato con le possibilità di un giro ad anello di circa quattro ore: pendenze modeste, e cosette da vedere lungo la strada.

[Questo scritto dovrebbe in realtà parlare di un clima piuttosto freddo - una leggera imbiancata di neve a terra, e agognare i tratti esposti al sole - e di improvvise e insistenti raffiche di vento, e di come, data una qualunque superficie cartografica cartacea (piuttosto ampia, comunque), il percorso che tu hai da seguire - e, siccome nuovo alla tua esperienza, da verificare con una certa frequenza - si trovi in ogni caso rappresentato proprio sulle pieghe della carta: rendendone l'apertura e la consultazione, ai di-cui-sopra vento e freddo, ogni volta complicata, e svolazzina.]

Comunque. Un bel riassunto del Veneto prealpino di montagna, con poca fatica e molto piacere geografico. Con le scritte VENEXIT a bomboletta gialla lungo i tornanti. Con le cose di ossari e grossi proiettili e monumenti silenziosi della Grande Guerra, lo sguardo panoramico su valli ancora morbide di nebbia e, più in là, la pianura che lavora e produce: e cannoni puntati ancora verso nord, ché non si sa mai. Con stradette pensate per essere percorse in Panda, dipanate attorno a monti modesti, ma comunque vertiginosi, spaccati, vivi: frane attive, rocce e roccette bianche per essersi appena staccate da poco-più-in-sù; roba che scivola e rotola. Poi un rifugio, dove scaldarsi un attimo e guardare le vie di scalata disegnate originariamente a penna e poi fotocopiate, e bere un Genepì fatto in casa versato da una bottiglia ENORME che versa in un piccolo tappo-alambicco che versa - finalmente - nel bicchierino, con grande scomodità di chi la maneggia, questa bottiglia. Con la deviazione sentieristica per tagliare un paio di lunghe anse asfaltate: e la meraviglia di boschi fittissimi, letti di foglie secche ad alternarsi alla neve sottilissima, massi enormi rotolati su piccoli prati a rendere il paesaggio vario, piccole malghe nelle quali sarebbe bello pensarsi la sera al calore del fuoco. (Si poteva tornare alla macchina scavallando una selletta, che immagino poco impegnativa; ma abbiamo preferito ricongiungerci alla strada delle Sette Fontane, e quieti poi rincasare.)

Il tutto è segnalato alla perfezione da un fiorire di cartelli per una volta non scoloriti o sradicati. Fatelo, questo giro: ve ne passo cartografia, se vi serve. Sono terre che hanno molto da dare. I colori dell'autunno mancano un po', forse: ma riempire gli occhi di cose belle, il fiato a condensarsi davanti la faccia per un corroborante freddo, e poi chiudere la giornata con un vino in un qualche venetissimo baretto dell'alto vicentino, al concerto bizzarro di bestemmie e suonetti delle slot machine, merita.

PS. In un sabato d'autunno soleggiato abbiamo incontrato davvero moltissima gente, in giro. Molti erano lì per i trenta, quaranta minuti di camminata verso il ponte cosiddetto tibetano, che è un po' l'attrazione turistica, ora (è di apertura recentissima, e ha ovviato ad una frana che altrimenti interrompeva il percorso). E' carino da attraversare, fa curiosità e la visuale è splendida, ma quello che conta è che attira, ignari, verso terre che sembrano essere piuttosto soddisfacenti, e ricche, da esplorare.


Indicazioni velocissime. Si parcheggia a Pian delle Fugazze (si pagano, i parcheggi: ma ci sono dei lungostrada gratuiti), e ci si incammina in direzione Ossario del Pasubio (il quale si può anche deviare quei dieci minuti per visitarlo). Si prosegue lungo la strada Del Re - dove si incontra il ponte - e si prosegue verso rifugio Campogrosso. Da qui, si ritorna alle Fugazza via strada asfaltata, oppure seguendo il sentiero 170 verso malga Boffetal e strada delle Sette Fontane oppure, per i più ardimentosi, verso selletta Nord-Ovest. Quattro ore in tutto, pausa pranzo (al Sacco) e Genepì compresi.

venerdì 11 novembre 2016

Le Grotte del Caglieron.

Uno di quei luoghi magici da scoprire, da tramandare alle persone: salvo poi scoprire che tutte le persone ne hanno già sentito parlare, sanno cos'è, sanno dov'è. Ma nessuno alla fine ci è stato davvero.

E niente: ci sono queste "grotte" - un complesso di aperture, scansi, cavità - nascoste nella boscosità delle colline che si appoggiano al Cansiglio; grotte che percorri per mezzo di una passerella di legno, al di sotto della quale scorre un ruscello, mentre dall'alto pendono vegetazioni da foresta pluviale; tutto attorno - a racchiudere, e un po' a nascondere - tutto attorno colline boscosissime, rarefatta l'attività umana, e una certa forma di sospensione del tempo piuttosto gradevole.

Sono le Grotte del Caglieron (nel comune di Fregona, TV), e la camminata è una piacevole passeggiata di meno di un'ora, bella perché punteggiata di dettagli diversi: il passaggio fatto così, il fascio di luce che viene proprio da lì, l'edificio storico con la sua atmosfera di isolamento, l'agglomerato di case, il tornantino nel bosco, il punto panoramico... la cascatina, il fiore strano, la galleria naturale, il pilastro ricavato nella roccia. C'è la magia-di-Natura, e c'è l'artificiale: tutto intrecciato con armonia e curiosità e bello-da-vedere.
Dal punto di vista esplorativo, il rapporto fatica-scoperte è davvero, positivamente notevole.

Nello stesso tempo, come da apertura, le grotte del Caglieron sono conosciute, diffuse nella percezione delle genti. C'è un fiorire - davvero - di internet, con commenti e recensioni e indicazioni molto più precise delle mie; peraltro io ci sono stato ormai già un paio di mesi fa, e pure ero distratto - avevo ancora negli occhi la tavolozza caldissima del Cansiglio, scoperta per la prima volta giusto qualche ora prima, il corpo ancora immerso, un po' intontito, nella sua atmosfera vagamente nebbiosa, fredda; e le grotte - essendo domenica - erano frequentatissime: buon per loro: ma la magia, forse, ne ha perso un poco.

Quindi il Geografo cosa può raccontarvi, di originale? Cosa può guidarvi a fare, senza spogliarvi del piacere dei due-passi esplorativi?
Boh.
Intanto, vi consiglia: se riuscite ad essere di passaggio da quelle parti durante la settimana - non so, magari è uscita una giornata in Cansiglio per un improvviso concomitare di giorno libero e meteo felice - ritagliatevi un'oretta (abbondante), predisponetevi al curiosare, e passate di là.
Vi lascio un paio di link, e nel frattempo penso a qualche altra cosa in zona da tramandarvi.

Tutto quello che c'è da sapere sulle grotte del Caglieron.
La pagina FB del Comitato di Tutela delle grotte.

PS. Evitate le giornate invernali: le grotte sono sempre aperte (e gratuite), ma l'accesso viene interdetto nel caso di ghiaccio: ché diventerebbe tutto scivolicchioso,

mercoledì 2 novembre 2016

In un nebbioso Medioevo emiliano

Il pomeriggio del giorno di Halloween e terre solitarie apparentemente abbandonate, avvolte in una fitta nebbia a filtrare i colori prepotenti dell'autunno, come teatro di una ricognizione in un Tempo diverso da quello attuale.


Alcuni chilometri lungo le spire tortuose d'una strada stretta immersa in boschi splendidi - dove di là del fogliame autunnale e dei tronchi nero-intensi si intravedono colline morbide dense di chiome, improvvise spigolosità di pietra si spingono verso il cielo, rade, e un campanile distante, isolato, ribadisce una di queste strutture verticali... Dopo una curva che esplode nel giallo perfetto di foglie cadute, nel giallo sospeso di quelle ancora sui rami - una scenografia immobile, ché venti non la minacciano, e uno di quei fotogrammi che Natura alle volte ti mette davanti inavvertitamente, e che ti si ficcano nel profondo delle Sensazioni - lasciamo infine la macchina, solitaria, in un parcheggio pensato per altre affluenze (e, a vedere dai deflussi radiali e profondi, per altre piovosità), e ci incamminiamo oltre la sbarra abbassata verso l'alto del colle di Montovolo: mentre la nebbia che ci accompagna già da qualche ora si addensa, attraversata da nuvole bassissime e veloci: e la sommità del colle si apre in uno slargo di erba bassa e morbida circondata da arbusti ingialliti, rossicci, e sterpi ed erbacce; non c'è anima viva e sembra anima viva non esservi mai stata, e i due o tre edifici che si scorgono sono immoti, perfetti, e sembrano mai frequentati da essere vivente.

Lo stile romanico montano nella computer graphic degli anni novanta.
Camminiamo passi lenti, curiosi, mentre il biancore di nebbia attorno già ci anticipa che la soddisfazione di qualunque punto panoramico ci sarà preclusa. Superiamo la semplice chiesa [della Beata Vergine della Consolazione], passiamo oltre il quadratissimo oratorio di Santa Caterina - una struttura fatta della grafica tridimensionale ancora imperfetta dei vecchi videogiochi di esplorazione, con pattern murari basilari sovrapposti a solidi semplici sistemati come apparizioni in mondi monotoni di nulla uniforme - e ci avviamo sulla crestina leggermente in salita che porta al Balzo [di Santa Caterina], fiancheggiati da arbusti, sterpi, ingiallimento e rossore di cui sopra: e qui prevedibilmente l'obiettivo oscilla avanti e indietro nel tentativo fallimentare di mettere a fuoco un panorama possibilmente splendido celato dalla nebbia perfetta; dodici cubi di pietra in circolo e alcuni versi basilari ricordano una storia di aereo-caduto-contro-edificio-innocente: tragedia - m'informerò poi - strutturata in un tradizionale schema narrativo, il guasto previsto, le processualità con stranezze, le proposte di limitar'militari che cadono nel vuoto.

Dei panorami, alle volta, bisogna fidarsi.
Scendiamo di nuovo attraverso il bosco tortuoso, giù verso il fondovalle principale di questa collinosità che sembra abbandonata, naturalmente placida, dominio apparente di briganti, e sicuramente - per comprovato avvistamento - di gazze, Panda 4x4 e Apecar tirati a lucido; fuori da bar dalle serrande abbassate i cartelli ci ricordano d'essere al di qua di quello spartiacque che divide le terre dello gnocco fritto da quelle di tigella e crescentina. A bordo della strada stretta altri cartelli indirizzano a piccoli agglomerati di edifici in mattone e pietra - alcuni sono davvero quattro, cinque parallelepipedi complessi raccolti attorno a una piccola corte; altri sono veri borghi assiepati su modeste sommità collinari, viuzze in salita e gradinate strettissime verso orizzonti diversi, altane e loggette, finestre minuscole e feritoie alle quali manca solo lo spuntare della canna degli archibugi a tener d'occhio movimenti di foresti; e torrette, e fantasmi sbiaditi di affreschi geometrici; e ancora improvvise distese di foglie aranciate e marroni, secche, accartocciate da pesticchiare, spingere a lato come flutti, camminandole; uno di quei posti - si chiama La Scola, questo - uno di quei posti che sono il Medioevo: e mentre li percorri con calma, assaporando con gli occhi la lanterna posizionata perfetta, il cipresso tormentato dal tempo e il suo unico verde-bottiglia intenso, il comignolo che a metà pomeriggio sbuffa fumo bello e odoroso, questo Medioevo ti cinge le spalle e amichevole ti descrive, spiega, instilla la voglia di passarci qualche giorno, qui, con possibilmente la neve fuori, il calore denso della legna che arde, e pochissime occupazioni da seguire: l'arricchimento dello spirito, il riordino delle idee, la carne alla griglia e la soddisfazione sensuale del corpo.

Un Medioevo tranquillo (se hai l'archibugio a portata).
(E se poi hai il coraggio di mettere da parte i sogni avvolgenti, caldi e rassicuranti per anima e corpo, e dell'onirico seguire invece la deriva di fiaba e surrealtà, a pochi chilometri da qui c'è il delirio turrito stravagante della Rocchetta Mattei. Costruzione intrigante, e della quale solo questo vi racconto: ero in coda nel piazzalétto, in attesa di essere forse gestito da un bizantino sistema di prenotazione che - per pigrizia - ho trascurato di approfondire; e una signora davanti a me ha lamentato: E' più facile entrare all'Alhambra, che qui. 


Per Lui, per Lei.
E insomma abbiamo uno o più conti in sospeso con queste terre: ci sono in lontananza i primi calanchi gessosi che alludono a scarpe da trekking e carte dei sentieri, e cartelli marroni tantissimi, sui quali i numeri romani non superano il XIII; abbiamo da capire cosa questa nebbia impenetrabile ci ha tenuto nascosto: e cosa passava per la testa del Mattei, tormentato riccastro d'altri tempi.
D'altronde, il Medioevo è esteso - in spazio, tempo, e influenza su spirito ed emozione: esplorarlo può richiedere, come minimo, pazienza, e tentativi.

[Bonus Track] Ad un paio di chilometri dalla Rocchetta Mattei, in località Ponte e in corrispondenza proprio di questo [il ponte], c'è lo spiazzo amplissimo che ospita la Chiesa di Riola, ovvero di Santa Maria Assunta, ovvero quell'edificio progettato da Alvar Aalto nel '66. Movimento Moderno in abbondanza, anni settanta anche, e risultato - secondo il vostro Geografo - opinabile. Documentazione mi dice che sia stata realizzata in dimensioni minori rispetto al progetto iniziale - dannati finanziamenti!; una veloce visita, che il look interno è qualcosa che sta dalle parti delle chiese costruite nel cuore di complessi ospedalieri (non chiedetemi perché); un beffardo spirito di osservazione e collegamento, infine, mi fa scoprire che il proprietario di un trascurato balcone che dà sulla piazza ha ripreso, per la decorazione dello stesso, la silhouette della chiesa. Io un paio di foto le ho fatte, ma vi lascio il piacere di una veloce ricerca nell'internet.

[note] Tutto si svolge nel territorio comunale di Grizzana Morandi (BO). Venendo da Bologna, si abbandona la SS64 Porrettana a Riola, e ci si immerge nel territorio. Noi abbiamo trovato tutto chiuso o inaccessibile per motivo della gestione umana, od invisibile per la nebbia. Questi comunque i link per pianificare o informarsi:

Rocchetta Mattei
Sommità di Montovolo e borgo de La Scola - Strage dell'Istituto Salvemini
Stranezze dell'architettura moderna

lunedì 31 ottobre 2016

Spiritualità prima di birra e grigliata: la Basilica-Santuario dei Ss Vittore e Corona ad Anzù

Lo so che in quella direzione (quasi tutti) si va per la gigantica birreria di Pedavena: ma perché non far precedere agli eccessi una breve passeggiata, un panorama riflessivo, e qualche accenno di contemplazione e spiritualità?

Era il '96, il Geografo aveva i capelli - e li aveva lunghi, pure - e una chitarra classica portata a spalla, senza custodia, scomodissima (non bastava lo zaino discretamente pesante, per un giovinetto senza allenamento); i piedi però a quel punto muovevano veloci e sicuri, misteriosamente scevri delle vesciche che piagavano piedi e vita del pellegrino medio del Cammino di Santiago; il Geografo si apprestava ad affrontare l'Alto do Cebreiro, praticamente unica montuosità a scomodare l'altresì monotona piattura del Cammino; e alla base della salita quello che sarebbe stato il nostro hospitalero ci propone di caricare gli zaini nella jeep, sì da permetterci di godere di una salita senza fatica. Io obbietto, ho fatto già più di seicento chilometri zaino-in-spalla e - ligio al sentimento di sofferenza e susseguente espiazione cristiana - dico che me lo sarei portato su da solo, in modo da arrivare a Santiago, poi, comunque senza peccati. L'hospitalero - una di quelle figure a metà tra il santo e'il diavolesco, vagamente soprannaturale - l'hospitalero quindi mi dice: ma se non accumuli peccati lungo la via, cosa ti farai poi perdonare, a Santiago?
Quando uno ha ragione, ha ragione.
Grande cena, vino, e spalle per una volta non indolenzite, quella sera.
Acché io vi propongo un percorso inverso, ma similarmente bicefalo. Prima di andarvi a sfondare di birra ottima a buon prezzo a Pedavena - lungi da me il farvi desistere, ché cento e mille sono state le birrette al banco prima di intraprendere sentieri erti a bivacchi, o dopo esser scesi lungo gli stessi, appiccicosi di sudore, gli occhi incispati dal fumo resinoso ed eccessivo delle fornelle e della carne alla griglia; prima insomma di arrivare alla birreria vi consiglio di fermarvi alle porte di Feltre - venendo dalla pianura -, ad Anzù: si gira sulla destra all'altezza dei nuovi svincoli che portano alla paese e si torna per alcune centinaia di metri in direzione sud-est. Si trova - seguendo le indicazioni - il piccolo parcheggio alberato che sta alla base dell'accesso alla Basilica-Santuario dei Ss. Vittore e Corona; qui potete parcheggiare, e intraprendere il breve sentiero a gradini che porta appunto al santuario: dieci minuti - forse meno - di bosco molto bello e gradini bordati di muschi verdi, cappellette in abbandono, e l'improvvisa scalinata monumentale che porta al complesso: dove infine passeggiare pensosi, le mani conserte dietro la schiena, per un chiostro bianchissimo e semplice e quieto, decorato da affreschi naif di personaggi a cui capitano sfighe e che invocano i Santi a sistemar cose; potete stupire - un po' davvero, sì - nella chiesa, solidissima e a modo suo imponente, completamente affrescata (anche con cose di pregio, di scuola giottesca e ispirazione di Cappella degli Scrovegni (cfr. il Giudizio Universale, a sinistra dell'altare)) e ricca di marmi - alcuni dei quali dipinti, ma tant'è. Potete ciondolare sul piazzaletto di sassétti, guardare Feltre lontana e le montagne dietro, la scalinata del santuario quasi a fare trampolino verso il panorama; potete infine - sul retro - salire il versante erboso e gradonato, superare un albero splendido che non ho saputo riconoscere, ed esplorare il "Sentiero natura" indicato da cartello e freccia: e poi dirmi cos'è e dove va, che io non ho potuto farlo.
Ero atteso in birreria.



venerdì 28 ottobre 2016

Quel sentimento del piccolo paese veneto

Perché anche nel comune e nel diffuso e nel normale c'è una forma di Bellezza: fatevelo, ogni tanto, un giro curioso per le campagne del Veneto. Io ieri sono passato per Concordia Sagittaria (VE).


[...] di quando attraversando le campagne piatte - un'idea di bruma ancora nel primissimo pomeriggio autunnale, per quanto assolato, e l'orizzonte piatto, i pioppi in filari regolari a ribadire argini, e vigneti; attraversando campagne piatte percorrendo strade strette bordate di platani enormi quasi a formare una galleria sulla testa; e dopo qualche curva ad angolo apparentemente innecessario appaiono questi paesetti, concentrazioni di quell'edilizia funesta - la villetta a due piani, il capannoncino - attorno a un incrocio, ad un ponte, o lungo un momento placido di fiume o canale dove qualche barcone è anche attraccato; è possibile - ma non scontato - che nel cuore di questa concentrazione ci sia una qualche vestigia del Passato, il palazzo vescovile medievale con i suoi rattoppi successivi, con le sue tracce di archi in mattone chiusi chissà-quando, e la loggia con qualche archeologia esposta; la piazza con la chiesa e il battistero e, metti - nella prima o nel secondo -, degli affreschi lacunosi di un'epoca provinciale e naif, i santi tutti in quella posizione sempre-uguale che dice 'sta ténto qua!, e pesci guizzanti nel nulla, e le ali d'angeli coperte di occhi stilizzati e gli angeli stessi poggianti sulle ruote che - per carità! - simboleggeranno anche la Forza che tutto muove nell'universo, ma alla fine - gli angeli - sembrano cavalcare di traverso monocicli; nella piazza può aprirsi lo scavo archeologico della romanità anche piuttosto curato, come una piscina di passerelle, sarcofaghi, pavimentazioni e mezze colonne - le stesse mezze colonne e capitelli e lapidi sono su cavalletti di metallo sistemati in giro per il paese; e ci sono i bar-enoteca dai quali o verso i quali la statua a tema agricolo* sembra andare, e anziani in bicicletta volteggiano piano sulla piazza attratti in stormi lenti verso l'affissione dei necrologi - le quali possono essere miniaturistiche fin che vuoi, ma l'anziano-con-moglie già ancora in fase avvicinamento sa benissimo chi è, chi sono i defunti; le bici volteggiano e lo strillone del quotidiano locale dice Dipendente pubblico timbrava e andava a fare la spesa in bici; al di là dell'asse fluviale contro la quale è poggiato il paese c'è la sua brava passeggiata pulita e rifinita di faretti e siepi che nascondono i giardini sul retro delle riapparenti villette (alle quali chiedere quanto contente possano essere, di queste passeggiate guardone), qualche curiosa opera d'arte provinciale e naif che amministrazioni hanno relegato inoffensive giusto fuori dal centro**, l'occasionale bar-latteria, il cartello marrone che indica un punto dell'onnipresente via Annia, e poi di nuovo l'intervento edilizio opinabile, e la strada verso il paese successivo, polo più grande e accentratore delle campagne attorno e luogo dove immettersi in autostrada, quattro assi radiali e tre rotonde e due incroci con semaforo e un unico ingolfamento d'auto di medio-grossa cilindrata nell'ora di punta prima della sera: prima che la nebbia che sale porti con sé il deserto, e dia senso ai ristoranti-trattorie fuori dal centro tutte uguali, siepi quadrate in vaso a nascondere alla vista qualche tavolo all'aperto, gli orli delle tende col pattern dei merli di castello, il beige dominante con righina o con bordino rosso, e quei globi d'illuminazione accesi ma che comunque non capisci se è aperto, o se dannazione è giorno di chiusura.



 














* che comunque non avrà mai l'intensità del "Seminatore (di ceffoni)" a Busiago Vecchio, del quale un giorno vi racconterò.
** per dire, qui c'erano una barca e un pilone dell'illuminazione rivestiti di patchwork di lana.

mercoledì 26 ottobre 2016

Parigi, in una cosa bella

E' impossibile ridurre la Ville Lumiere a un singolo post, così come è impossibile districarsi tra gli elenchi di dieci, quaranta, cento cose da fare, vedere, provare a Parigi in un weekend, in un weekend lungo, in una settimana, in una vita, eccetera. Così vi regalo una piccola scoperta bellissima - e poco conosciuta - che abbiamo fatto.


Nel momento in cui hai una carta del centro cittadino segnata di cerchi di indelebile nero; due coppie di piedi che con velocità uguale decidono di declinare il più possibile l'invitante offerta delle discese alla metropolitana; zaino leggero, occhio attento, e tantissima curiosità e menefreghismo nei confronti di possibili condizioni metereologiche avverse; ti si stende davanti come un tappeto finemente intrecciato una città il cui connettivo tra Grandi Monumenti e Cose Importanti è egualmente elegante, denso e - soprattutto - stratificato: pronto a ricevere Sensazione, e Significato. Da qualche parte tra le righe del mio quadernetto arancione, per esempio, inizia così un appunto:

Ci chiediamo cosa voglia dire l'espressione Parigi è una città romantica. 
Se sia vera.
Ce lo chiediamo camminando senza fretta attraverso le Tuileries, la domenica mattina, la città pigra - si percepisce palpabile, la pigrizia - attorno a noi: checché ci avessero detto la sera prima due svedesi alcolici a un baracchino delle crepes davanti al centro Pompidou, Dovete svegliarvi presto per visitare tutto, a Parigi - prestissimo: sempre che non beviate troppo la sera prima... oppure bevete troppo e poi vi svegliate presto e visitate tutto: Noi facciamo così, siamo svedesi*; chiusi dentro giacche perché fa freddo nonostante siano già le dieci del mattino, il cielo autunnale di un azzurro intenso e bello e imprevisto e un sole a salire piano che continua a ripeterci Avete fatto bene, a disertar' musei, stamattina; e attorno, le centinaia di sedie verdoline sparse in giro come animali al pascolo tranquillo dei grandi pascoli alpini, a gruppetti di tre o quattro, mezzi circoli, coppie: alcune d'esse solitarie; e corpi di donna nudi verdi-scuri di bronzo, inumiditi sensuali dell'umidità del mattino ad occhieggiare di tra le siepi perfette, verdi-scure anch'esse; meno turisti e più parigini a passeggiare, correre, chiacchierare attorno; e fumo ad alzarsi dal bicchiere del caffè che ho in mano, una mano calda nell'altra, e tutto è perfetto: e cosa puoi dirle, così, alla città?
[...]

Comunque: nel poco tempo che abbiamo per "visitare tutto", scopriamo il Viaduc des artes: un viadotto ferroviario dismesso che inizia da qualche parte a sud-est di piazzale della Bastiglia e che ora accoglie botteghe artigiane, laboratori e negozi di arredamento e design sotto le sue volte, e - soprattutto - un camminamento sopraelevato alberatissimo, sopra: circa sei chilometri di passeggiata, ogni venti-trenta metri diversi per la sfumatura della vegetazione - i colori del fogliame in cambiamento autunnale, ringhiere coperte di edere, rose ed alberi in vaso, gallerie di bamboo; e visuali angolate e panoramiche su vie ed incroci: su chiese, su edifici tagliati di netto per fare spazio alla riorganizzazione urbana - le strutture interne di mattoni esposte nelle quali sono state ritagliate finestre e finestrelle; su campetti sportivi di quartiere trasformati in palestre all'aperto; su terrazzini e abbaini e comignoli e murales e tutto quello che serve per riassumere (almeno una parte di) Parigi.

In www.leviaducdesarts.com c'è l'ufficialità della cosa; nelle foto del post, un po' di quello che abbiamo potuto percorrere prima di essere interrotti da una pioggia birichina che - infine - ci ha sorpresi, e spinti non proprio non-volenti alla ricerca di un aperitivo in happy hour...


* con quella fierezza etnica svedese che credevo esistesse solamente nelle interviste heavy metal.

lunedì 17 ottobre 2016

Due passi - due davvero - sopra Teolo

Anche nella confusione domenicale delle sagre in ogni angolo, delle macchine parcheggiate fin su i tornanti, delle moto, dei picnic. Ci sono degli angoli dei Colli Euganei facilmente raggiungibili, ma comunque mozzafiato.














Tipo questo: si arriva al passo Fiorine - sì, dove c'è la baita-ristorante - direi da Teolo. Si parcheggia lì la vettura, si percorre un ulteriore centinaio di metri e sulla sinistra, assieme ad un minaccioso cartello di "strada privata" apparentemente posticcio si trova l'indicazione per l'eremo/chiesetta di Sant'Antonio Abate. 
(Dal pianoro delle Fiorine e alle spalle di queste in realtà si dipartono sentieri e stradicciole in quantità; i cartelli - quelli che non nascono incomprensibili già di loro - sono staccati o sbiaditi. Il Geografo avrebbe avuto quel prurito ai piedi che sa voler dire: percorriamo tutto!, ma si era già nel tardo nel pomeriggio, ieri, e ci sarebbero state altre cose da fare, subito dopo, programmate.)
Si inforca la direzione,quindi, e poco dopo sarà una meraviglia un po' sauvage - come i Colli spesso riescono ad essere - di vegetazione in libertà, rocce vulcaniche macchiate di licheni, distese di pungitopo, felci e gusci di castagne: ci sarà un punto panoramico quieto, proiettato sul nulla; improvvisi gradini a scendere tortuosi. E quel piccolo slargo in mezzo al bosco dove sorge appunto questa chiesetta: minuscola, elegante, popolarissima*: da esplorare, curiosare, approfondire.
Un quarto d'ora di cammino davvero facile, per una piccola sorpresa davvero meritevole.
... e che non vi ho detto della grotta.












Dalla chiesetta si può scendere a Teolo in forma di giro-ad-anello, proseguendo il sentiero. Oppure, presso lo spiazzo sul retro, c'è una indicazione per il "Paradiso di Rovolon": che il vostro Geografo deve ancora verificare, ma si ripromette di farlo.

(nel cappello del post, lo ammetto, ho scritto fondamentalmente che Massì, va bene: non importa la confusione domenicale, questo angolo è bello e speciale. Eppure il Geografo vi consiglia un pomeriggio qualunque della settimana: perché il punto panoramico è splendido da starci seduti qualche minuto nel silenzio; la chiesetta, pure).

* Nel senso di culto popolaresco, non di folle di visitatori (anche se, la domenica pomeriggio, eccetera)

giovedì 13 ottobre 2016

Cansiglio: per una prima conoscenza

I boschi del Cansiglio sono celebri per la bellezza autunnale: e noi cercavamo un percorso tranquillo, panoramico e vario per una piccola passeggiata domenicale. Beh: eccolo.















Il percorso lo trovate qui: nella versione online di una pubblicazione di Veneto Agricoltura (la versione cartacea, ohimè, il sito dice che è esaurita).
Voi comunque fate come noi: scaricate il Percorso 1, lo stampate*, e impostate il navigatore della macchina su Albergo Rifugio Sant'Osvaldo/Pian del Cansiglio. Vi godete la salita al Cansiglio, i colori, l'improvviso aprirsi della conca prativa. Una volta al Rifugio parcheggiate la macchina, e con scarpette comode seguite abbastanza pedissequamente il percorso di-cui-sopra, indicato in verde tratteggiato sulla carta: perché questa carta è dettagliatissima, e cartelli diffusi in forma di frecce di legno indicano l'anello del Cansiglio in maniera piuttosto precisa.
Siamo rimasti soddisfatti del giro? Nella maniera più assoluta, sì: il bosco cambia - di colore, densità, intensità, attitudine - ogni poche centinaia di passi; i panorami sono splendidi, vari; il dislivello è praticamente inesistente, ideale per una passeggiata rilassante.
E poi c'è una pletora di fenomeni geografici che è un piacere osservare: ma dei quali, eventualmente, vi parlo prossimamente. Voi intanto godetevi un processo di scoperta rilassante, avvolto dell'aroma di boschi umidi, ricchi - e le scarpe su terra morbida, e foglie croccanti, accartocciate.

Buona gita!

(Alcune note: il percorso è super-accessibile, si può fare con bambini- anzi: se lo fate durante il weekend incontrerete numerosi gruppi umani con pancia piena da agriturismo, scarpette leggere e borse firmate a tracolla camminare in giro (è per questo che, come sempre, mi sento di consigliarvi l'infrasettimanale); in un paio d'ore con tutta calma si fa tutto l'anello... ma si può tergiversare e curiosare ed esplorare molto, molto di più!)





















* acché, se chiedete informazioni a una specie di guida che si aggira nei parcheggi a sud dei campi da golf, e che nonostante il clima di ottobre - freddo sì, ma non certo estremo - è già vestita come per una spedizione sull'Annapurna negli anni cinquanta (manopole di pelle imbottite comprese); se chiedete informazioni a questo personaggio verrete sicuramente redarguiti che "quella non è una cartina": con sufficienza. Voi rispondete da parte mia che uno, per certo lo è, una CARTA; e due, che a un qualunque esame di Geografia il termine "cartina" lo avrebbe proiettato istantaneamente nella terra del Ci Vediamo Alla Prossima Sessione.

martedì 11 ottobre 2016

Sua Sorpresa l'Autunno: Pian del Cansiglio

Ti sei mai chiesto come funziona l'Autunno - quell'improvviso ingiallire, arrossire degli alberi - quell'addensarsi di magia nei boschi?















Funziona che c'è sicuramente una foglia che per prima - per intraprendenza, insolenza, o forse per sola noia - si mette in testa di cambiare vestito: decide di aprire l'armadio e scegliere qualcosa di giallo, arancione, rosso.
E la si vedrà comparire su un ramo, stagliata contro il verde uniforme di tutte le altre foglie.
Non passerà molto - dopo lo stupore iniziale - che qualche altra foglia decida di aprire l'armadio a sua volta: travolta da una improvvisa voglia di cambiamento sconosciuta fino a un minuto prima.
Vedremo dei rami interamente gialli, arancioni, rossi: sembreranno messi lì per sbaglio, presi da altre piante e incollati un po' fuori luogo.
E poi, tutto attorno, improvvisamente: il giallo, l'arancione, il rosso.

(è la prima settimana di ottobre, nella foto, e la Sorpresa dell'Autunno non è ancora esplosa: ma si intuisce un'idea, un'attitudine differente, tra la morbidezza dei faggi...)

Il Pian del Cansiglio è - nel Veneto - uno dei posti più belli dove guardare il gusto della Natura nel pennellare con colori caldi; ed è una gita che chiede pochissimo sforzo.

Vi spiego come - e vi do indicazioni geografiche - tra poco.