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giovedì 8 dicembre 2016

Arriva l'inverno: con cibi adeguati

Vi siete mai chiesti come si mangia mentre si attraversa a piedi un'isola molto lontana, molto a nord, molto ostile? Pezzetti di racconto, e una proposta culinaria (già).

Patio cooking in Islanda.
(questa foto è del mio compare Marco)

Ridevamo ogni volta, quando era il momento di fermarsi, togliere gli zaini, e aprirli per preparare il pranzo. C'è un appunto, nel mio diario di Islanda, che dice: Ogni volta che cuciniamo, da qualche parte nel mondo uno chef piange.

Il nostro equipaggiamento alimentare, sufficiente a sostentare (male) i nostri corpi sotto sforzo per quindici giorni di trekking, era all'incirca così composto:
  • un chilo di riso;
  • un chilo di zucchero bianco;
  • un pacco da un chilo di polenta istantanea, ché mio padre ha insistito tanto;
  • una busta di  Harðfiskur, pesce disidratato secco che per gli islandesi è fondamentalmente uno snack, ma che per noi era magica quanto insipida fonte di proteine;
  • una selezione di piatti liofilizzati imbarazzanti, ma buonissimi e salvifichi quando in fine arrivava il momento del pasto.
Ai quali si aggiungeva un curioso fornelletto ad alcool, e relativa bottiglia di carburante, e posate e stoviglie ultraleggere.

Ogni punto di questa lista racchiude anedottistica multi-faccettata, ricca, inaspettata: comprendente incidenti di percorso, ingenuità, stravaganze, sviste.

Ma l'argomento di questo post non è l'Islanda (ci speravate, eh, e i quindici giorni necessari per attraversarla nord-sud, da spiaggia a spiaggia, pesantissimo zaino in spalla e tenda (fortunatamente condivisa col compagno di traversata); né è lo stringente argomento Perché si affrontano avventure delle quali pentirsi (mentre le si combina); né, infine, il modo in cui il desiderio e la fascinazione di Islanda continuano a lavorare dall'interno.

No: l'argomento di questo post è l'inverno, i vetri con la condensa, il freddo fuori intenso, dentro la casa calda e profumo di spezie: sempre che il freddo arrivi davvero. E' bensì il calcolo di una alimentazione invernale che riscaldi corpo e cuore, e che alimenti l'attività sportiva pesistica che, nelle stagioni fredde, si configura come mettere-su-massa.

E allora provate anche voi a cucinarvi in grossi pentoloni la Kjötsúpa, tradizionale zuppa di agnello islandese. Questi gli ingredienti, con una noticina a riguardo delle spezie usate che fa piuttosto ridere. Questa zuppa nutre, cura la depressione ed è medicamentosa. Buon appetito!















Kjötsúpa per italiani, ingredienti

  • un chilo di carne di agnello (si dice spalla, nei ricettari islandesi; io ho usato un "misto agnellone" [sic.] di dubbia provenienza)
  • un litro e mezzo d'acqua (o più, se serve)
  • sale, e molto pepe nero macinato
  • un misto di spezie che dovrebbe chiamarsi Villykrydd e che conterrebbe timo artico, foglie essiccate di betulla, ginepro, e un paio di cose in bacca anch'esse essiccate. Per pigrizia di reperire - ma prima o poi ci proverò - ho usato prezzemolo fresco, sedano, timo e alloro.
  • una cipolla
  • rape, mezzo chilo (ma si userebbe la rutabaga)
  • carote e patate, mezzo chilo in tutto
  • cavolo cappuccio affettato

Kjötsúpa per italiani, passo passo

(questo post è anche un viaggio negli elenchi puntati e numerati)

  1. si fa bollire lentamente in una pentola la carne di agnello fatta a pezzi abbastanza grossi, eventualmente pulita delle parti più grasse. Meglio se ci sono delle ossa.
  2. si schiuma il brodo e si fa sobbollire per quarantacinque minuti con sale, pepe, cipolla e aromi.
  3. la verdura deve essere tagliata in pezzi grezzi, secondo lo slogan "un pezzo, una cucchiaiata"; si aggiungono carote, patate e rape e si danno altri quindici minuti di sobbollire.
  4. ultimi quindici minuti di cottura con aggiunta del cavolo. 
  5. si estrae la carne dalla zuppa, la si taglia a pezzetti e si eliminano le eventuali ossa; si rimette nella zuppa, si aggiunge dell'acqua se serve e si regolano i sapori.
La zuppa sta bene nella sua pentola per una notte, a sviluppare sapori vichinghi. Dopodiché sarà servita calda, in ciotole capienti, con una spruzzata di prezzemolo fresco. Si mangerà la sera, prima di partire in notturna per scorribande verso coste pacifiche.

(le istruzioni vengono da qui)

mercoledì 26 ottobre 2016

Parigi, in una cosa bella

E' impossibile ridurre la Ville Lumiere a un singolo post, così come è impossibile districarsi tra gli elenchi di dieci, quaranta, cento cose da fare, vedere, provare a Parigi in un weekend, in un weekend lungo, in una settimana, in una vita, eccetera. Così vi regalo una piccola scoperta bellissima - e poco conosciuta - che abbiamo fatto.


Nel momento in cui hai una carta del centro cittadino segnata di cerchi di indelebile nero; due coppie di piedi che con velocità uguale decidono di declinare il più possibile l'invitante offerta delle discese alla metropolitana; zaino leggero, occhio attento, e tantissima curiosità e menefreghismo nei confronti di possibili condizioni metereologiche avverse; ti si stende davanti come un tappeto finemente intrecciato una città il cui connettivo tra Grandi Monumenti e Cose Importanti è egualmente elegante, denso e - soprattutto - stratificato: pronto a ricevere Sensazione, e Significato. Da qualche parte tra le righe del mio quadernetto arancione, per esempio, inizia così un appunto:

Ci chiediamo cosa voglia dire l'espressione Parigi è una città romantica. 
Se sia vera.
Ce lo chiediamo camminando senza fretta attraverso le Tuileries, la domenica mattina, la città pigra - si percepisce palpabile, la pigrizia - attorno a noi: checché ci avessero detto la sera prima due svedesi alcolici a un baracchino delle crepes davanti al centro Pompidou, Dovete svegliarvi presto per visitare tutto, a Parigi - prestissimo: sempre che non beviate troppo la sera prima... oppure bevete troppo e poi vi svegliate presto e visitate tutto: Noi facciamo così, siamo svedesi*; chiusi dentro giacche perché fa freddo nonostante siano già le dieci del mattino, il cielo autunnale di un azzurro intenso e bello e imprevisto e un sole a salire piano che continua a ripeterci Avete fatto bene, a disertar' musei, stamattina; e attorno, le centinaia di sedie verdoline sparse in giro come animali al pascolo tranquillo dei grandi pascoli alpini, a gruppetti di tre o quattro, mezzi circoli, coppie: alcune d'esse solitarie; e corpi di donna nudi verdi-scuri di bronzo, inumiditi sensuali dell'umidità del mattino ad occhieggiare di tra le siepi perfette, verdi-scure anch'esse; meno turisti e più parigini a passeggiare, correre, chiacchierare attorno; e fumo ad alzarsi dal bicchiere del caffè che ho in mano, una mano calda nell'altra, e tutto è perfetto: e cosa puoi dirle, così, alla città?
[...]

Comunque: nel poco tempo che abbiamo per "visitare tutto", scopriamo il Viaduc des artes: un viadotto ferroviario dismesso che inizia da qualche parte a sud-est di piazzale della Bastiglia e che ora accoglie botteghe artigiane, laboratori e negozi di arredamento e design sotto le sue volte, e - soprattutto - un camminamento sopraelevato alberatissimo, sopra: circa sei chilometri di passeggiata, ogni venti-trenta metri diversi per la sfumatura della vegetazione - i colori del fogliame in cambiamento autunnale, ringhiere coperte di edere, rose ed alberi in vaso, gallerie di bamboo; e visuali angolate e panoramiche su vie ed incroci: su chiese, su edifici tagliati di netto per fare spazio alla riorganizzazione urbana - le strutture interne di mattoni esposte nelle quali sono state ritagliate finestre e finestrelle; su campetti sportivi di quartiere trasformati in palestre all'aperto; su terrazzini e abbaini e comignoli e murales e tutto quello che serve per riassumere (almeno una parte di) Parigi.

In www.leviaducdesarts.com c'è l'ufficialità della cosa; nelle foto del post, un po' di quello che abbiamo potuto percorrere prima di essere interrotti da una pioggia birichina che - infine - ci ha sorpresi, e spinti non proprio non-volenti alla ricerca di un aperitivo in happy hour...


* con quella fierezza etnica svedese che credevo esistesse solamente nelle interviste heavy metal.