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| Bene. |
Comunque.
Il Geografo è invece rimasto a casa un paio di giorni, luci basse per un'atmosfera intima, sul fuoco una pentola sbuffante di kjötsúpa - zuppa islandese della quale prossimamente vi parlerò in esteso - numerose tazzone di caffè abbandonate vuote in giro; e per una qualche curiosa forma di masochismo misto a catarsi mista a dissipazione scaramantica ha guardato in successione tre film di argomento "tragedia in ambiente naturale". Li ha guardati nel piccolo riquadro dello schermo del portatile: dapprima seduto al tavolo del salotto, poi steso sul divano, poi a letto, dentro al piumone; piuttosto di frequente fermando la proiezione per leggere, verificare, approfondire. E vuoi l'atmosfera, vuoi l'argomento a lui vicino, il Geografo si è lasciato trascinare in una condizione d'animo sensibile, ricca in sfaccettature, complessissima: una condizione d'animo nella quale sono confluiti piuttosto nitidi e numerosi i ricordi di avventure passate: rocambolesche.
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| Molto bene. |
Ti senti brombissimo - lo zaino sotto la cerata, gli occhiali bagnati e appannati - scendere quasi di corsa a valle, un po' ingrugnito perché hai sentito come obbligatorio lo sfidare gli elementi: i quali solo dieci minuti prima annerivano nel cielo cospirando, guardandoti di malocchio e ridacchiando.
Ti ricordi incastrato nella neve ad ogni passo perché lo zaino pesantissimo di vino e carne da grigliare si sommava ai tuoi ottantacinque chili fuori-forma: e perché le ciaspole non servono [sic.]. Ti ricordi infagottato nel sacco a pelo sui sedili posteriori di una Subaru che non avrebbe dovuto essere abbandonata lì, scossa incessantemente da un vento delirante e contrario che batteva l'altopiano spietato senza-riparo del terzo giorno di trekking. Ti ritrovi senza quel maglione pesante abbastanza. Senza cavatappi in un bivacco oltre i mille-e-sette di quota. Senza acqua sufficiente in un sole imprevisto all'ora di pranzo, un ghiaione bianchissimo completamente esposto, non un albero. Ti realizzi ad aver ricordato male l'orario dell'ultimo treno, od autobus. Ad aver analizzato la carta con troppa leggerezza. Ad aver dato retta al montanaro sbagliato.
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| Ottimo, davvero. |
Ma anche ti riscopri a ridere con uno dei tuoi compagni tradizionali di montagna, mentre vi definite "noi montanari un po' cazzoni". A farti prendere in giro dalla tua Donna mentre la pelle della testa e del naso ti si stacca per le scottature.
Soprattutto: senti (ancora) l'odore del legno scuro della camerata di quel rifugio, da qualche parte nel quasi centro d'Islanda, fuori la pioggia incessante da quattro giorni - il torrente da guadare per arrivarci, al rifugio, beffardamente ingrossato, e gelido; le goccioline di condensa sul vetro attraverso il quale stai guardando - in piedi già da una decina di minuti - alcune tende coraggiose a tremare nel vento; e la sensazione che poco dopo avresti annotato nel diario, che ti avrebbe tormentato per un paio d'altri giorni almeno, e che ora stai rivivendo, è quella dell'uomo grandissimo esploratore ottocentesco in pantaloni cachi e bizzarro copricapo piatto da coloniale inglese la cui spedizione è però bloccata per qualche stupido capriccio di Natura in qualche b*** di c*** inutile e noioso, e tutto quello che può fare, l'uomo grandissimo esploratore, è sentirsi piccolo, piccolissimo di fronte al Tutto.
Ecco.
Questi i tre film che il Geografo si è guardato, quindi. Tutti tratti da storie vere, pensa te.
- 127 ore. (2010, regia di Danny Boyle. Tratto dal libro di Aron Ralston, Between a rock and a hard place, 2004). Non può non farti venire brividi freddi e vertigine, se anche solo ogni tanto ti capita di andare a camminare da solo. Bello. Mio padre dice che il libro è ansia allo stato puro, e il Geografo se lo sta quindi leggendo.
- Everest. (2015, regia di Baltasar Kormakur. Parla della spedizione finita male, malissimo del 1996. Diversi libri ne raccontano, tra i quali Aria sottile di Jon Krakauer, 1997). Un film sul disagio che provano gli attori quando in scene di normale dialogo non sanno che facce fare. Bah.
- Into the wild. (2007, regia di Sean Penn, tratto dal libro Nelle terre estreme di Jon Krakauer, 1996). Americano, nell'intersecarsi di viaggio, incontro umano, filosofia. Mi è piaciuto, anche se ho provato irrimediabile antipatia per il protagonista: forse perché Thoreau l'abbiamo letto tutti a vent'anni e, col tempo, rarefa, e sparisce.
E' tutto. Vi confesso che per stemperare la tensione e riprendere ottimismo ho poi guardato buona parte di Cliffhanger: sì: anni novanta, montagna, Sylvester Stallone. Alla prossima!
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| Non siate tristi: non è successo nulla! |




quanta generosità in un solo post.
RispondiEliminaIl Geografo è generoso per Natura.
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