Non è in realtà un "parte due" nel vero senso della parola, ma è il frutto di ulteriore esplorazione, a dire: c'è sempre tantissimo da curiosare - ovunque, vicino, attaccato, affianco, nei dintorni.
Così non contenti siamo sbucati sulla strada asfaltata giusto prima del punto ristoro relativo alle grotte del Caglieron, dopo le pìrole del giro [delle Grotte] stesso, e cartelli malfermi indicavano una ulteriore cavità - la Grotta di Santa Barbara, forse? - e le rovine del castello di Piai: sentiero bello pendente parallelo alla strada, da imboccare senza indugio.
Dopo essere passati - con un po' di imbarazzo - attraverso l'aia di una casa ruralissima, ci si ritrova dentro un bosco fitto, scuro: sentieri altri sono indicati verso tutte le direzioni mentre si sale - oh!, si sale - in direzione delle ruine. E mi piacerebbe essere un po' botanico, per poter descrivere la trasformazione del panorama vegetale durante l'ascesa: ma non lo sono, e quindi niente.
E niente anche per il parlarvi delle ruine: perché lì ci sono pannelli che raccontano di nomi medievalissimi e buffi, tipo Guecellone e Rizzardo; e anche vorrei/potrei parlarvi della storia di quei luoghi: ma il sito della pro loco di Fregona è completissimo.
Vorrei dipingere anche ai vostri occhi i boschi autunnali di-cui-sopra, ombreggiarli per mezzo della luce poco-prima-del-tramonto, incorniciarli di gambe che vanno.
Invece solo vi racconterò in due parole di come salendo io, da bravo ex-praticante tangente e lavorativo della disciplina archeologica, ho prefigurato alla mia Compagna che, Stai a vedere te, le rovine magari saranno poche pietre residue, forse anche invisibili, solo una traccia di fondamenta, un residuo di fossato, un grande vuoto tra gli alberi dove ci immaginiamo, sbuffando per la salita, un imponente maniero.
E quindi svoltiamo l'ultimo tornantino di sentiero prima dell'ascesa finale alle rovine, e sul cartello che le annuncia si legge una benevolmente preventiva scritta a pennarello, che vi trascrivo perché la foto è pessima:
se siete qui per il castello non c'è una minchia!
Con aggiunte forse di pochissimo successive: Vero!! Verissimo! Confermo!!
E il notevole cappello (xe do piere), sono due pietre, tra parentesi.
La passeggiata è piacevolissima, comunque.
(anche se - al di là della delusione edilizia - manca un po' di panoramica, dacché alberi sono cresciuti tutto attorno la sommità del colle dove sorge(va) il castello, e non si riesce a vedere dall'alto un fin-di-valle che sembra piuttosto interessante...
(qui un po' di storicismi)
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mercoledì 23 novembre 2016
Le grotte del Caglieron, pt.2
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Ubicazione:
31010 Fregona TV, Italia
lunedì 21 novembre 2016
"Perché è il volo."
C'è un piccolo piccolissimo novero di cose nei confronti delle quali le parole sfuggono: ed è impossibile comunicarne le sensazioni, punto.
Quindi, un breve elenco d'appunti e note personali, per un post dal carattere praticamente pubblicitario, a riguardo del volo in parapendio tandem.
- la lezione più grande andrebbe alla fine, come una specie di cappello riassuntivo, un e-comunque morale. Invece meglio sbrigarsela subito: ed eccola qua: un forse è spinta sufficiente a provare. E quindi l'autunno, la nebbia, l'incertezza metereologica non ci hanno impedito di dire Partiamo, alla meno peggio cerchiamo un posto per mangiare nei dintorni, e torniamo. E invece l'autunno, la nebbia, l'incertezza hanno contribuito a creare (ulteriore) Magia. La "giornata ideale" la si può ricavare in mille modi.
- quando stai seduto nel dietro di una jeep stile safari africano, e la strada (?) è un budello tortuoso e ondeggiante e sconnesso che scala montagne, affiancato da improvvisi vuoti, tronchi, rocce sporgenti: e il guidatore dà di acceleratore come non ci fosse Il Tempo; e il fondo stradale (?) cambia frequentemente e improvvisamente - asfalto crepato, foglie stratificate umide e scivolose, cemento, buche (intese proprio come materiale costruttivo) - beh: in questa condizione, ricordati di tenere sempre la testa bassa, il mento contro il petto, ché le botte a maniglie, maniglioni e finestrini sono inaspettate, e potenzialmente tante.
- che boschi, che boschi!: colori densi dell'autunno, un'apparente immota Natura, strati di foglie secche arancioni, prospettive che cambiano per le curve rapidissime, per improvvise pendenze impossibili; e cartelli segnaletici che promettono sentieri splendidi.
- se ti dicono guanti, guanti è meglio averne.
- fa impressione - questo sì - la forma del punto di decollo: un triangolo di prato a zolle grosse e festuche, vagamente fangoso, una pendenza preoccupante, il vertice lontano, in fondo, che si immerge in vegetazione boschiva (per l'autunno) secca.
- e invece l'impressione di cui sopra svanisce in un attimo, forse perché tutto è velocissimo - fai quattro passi, l'istruttore alza la vela e la vela vi strattona indietro, ti viene detto di correre tantissimo ma in realtà questo tantissimo dura poco, perché i piedi che corrono si alzano da terra, tu ti siedi nell'imbragatura, e poi è Magia,
- perché beh. Perché è il volo, constaterà poi uno degli istruttori, dopo gli atterraggi: e c'è poco-niente altro da dire.
- c'è poco-niente altro da dire del dettaglio di un milione di alberétti sotto di te, della precisione delle stradicciole e delle casupole immerse nei boschi, delle valli incassate strettissime e tortuose e della ruina di edifici che pochi decenni fa erano vivi; e di denti rocciosi che esplodono verso l'alto improvvisi, c'è poco-niente da dire: dell'orizzonte ultra-placido del lago; poco-niente da dire della bellezza non scontata, ricca, dell'atmosfera brumosa autunnale - e quel limite orizzontale tra umidità e non umidità, tra vivido cristallo e sfumata opacità; poco-niente da dire delle sensazioni fisiche, dell'aria in faccia, dell'ampio virare; poco-niente da dire di qualunque riferimento letterario tu possa fare, novello Icaro, provetto esploratore od eroe dell'aviazione.
- le reazioni dell'essere umano a questa esperienza sembrano essere le più variabili. Riso, pianto, magone, magone bello, vertigine, adrenalina, sono-padrone-del-mondo, estrema rilassatezza. Io, di mio, ho passato alcune mezze ore, dopo, con le membra alleggerite, quasi tremule, per il senso di quiete profondissima.
- a me è capitato inatteso, regalo al quale non avrei mai pensato, e cosa non certo ai vertici della mia lista di desideri. Incredibile.
- e incredibile - visto che spesso si configura proprio come esperienza regalo - è il viverlo con la persona che te lo regala. Prendete nota di questo, e guardatevi questa pagina Facebook, e ritagliatevi una giornata.
- e comunque, 'sto Lago di Garda è una sorpresa dietro l'altra [continua.]
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Italia
Ubicazione:
25088 Toscolano Maderno BS, Italia
giovedì 17 novembre 2016
Piccoli scrigni dipinti, a Padova
Affacciate a piazzette secondarie, meno blasonate, quasi dimesse nel traffico e nella vita quotidiana di Padova, ci sono chiese comunque di un certo fascino, con dipendenze tutte da scoprire.
Tipo in piazzetta Petrarca, o del Carmine. Dove tutti noi universitari letterati o linguisti - o tiratardi della piazza degli spritz - si finiva prima o poi a mangiare il kebab. La piazzetta è lì, un poco svilita dalla strada che la taglia, diagonalmente, in parti ineguali: e questa strada è trafficata, bordata di parcheggi sempre occupati, a proiettare confusione. La piazzetta ha quella peculiare vegetazione di certa Padova: magnolie, pino, palme; sul lastricato di fronte al portone della chiesa - formelle consunte di legno a tema vegetale, piacevole, semplicissimo - c'è un enorme fiore bicromo che ai vecchi informatici può ricordare l'iconcina di Icq. Sulla sinistra della facciata di mattoni, quasi rustica, c'è una lapide che ricorda (vado a memoria) la distruzione della cupola per mano di bombardamento guerresco: ad una veloce ricognizione storica però, si scopre che un secolo prima la stessa cupola fu distrutta completamente, più prosasticamente, dalla malasorte di uno spettacolo pirotecnico in festeggiamento d'una elezione papale. Sulla destra invece - non la prima ma la seconda, porta - c'è l'accesso alla Scoletta del Santuario: e questa Scoletta è aperta un paio di giorni alla settimana - il martedì e il giovedì - dalle nove di mattina alle quattro del pomeriggio: sempre, tranne il mese di dicembre perché, mi dicono i volontari che la tengono aperta, il prete, ahem, non vuole.
All'interno, la Scoletta è completamente dipinta: completamente: mostrando un riassunto della pittura padovana del cinquecento piuttosto completo, e ben tenuto.
Un giro lo si può fare, sono alcuni minuti spesi bene.
Dopodiché, santificati nell'animo, gli occhi pieni di bellezza affrescata, rinfrancati nell'attitudine e purificati negli intenti, potete uscire alla luce della piazza, alzare lo sguardo, e chiedervi come mai una banderuola di tal fatta:
Tipo in piazzetta Petrarca, o del Carmine. Dove tutti noi universitari letterati o linguisti - o tiratardi della piazza degli spritz - si finiva prima o poi a mangiare il kebab. La piazzetta è lì, un poco svilita dalla strada che la taglia, diagonalmente, in parti ineguali: e questa strada è trafficata, bordata di parcheggi sempre occupati, a proiettare confusione. La piazzetta ha quella peculiare vegetazione di certa Padova: magnolie, pino, palme; sul lastricato di fronte al portone della chiesa - formelle consunte di legno a tema vegetale, piacevole, semplicissimo - c'è un enorme fiore bicromo che ai vecchi informatici può ricordare l'iconcina di Icq. Sulla sinistra della facciata di mattoni, quasi rustica, c'è una lapide che ricorda (vado a memoria) la distruzione della cupola per mano di bombardamento guerresco: ad una veloce ricognizione storica però, si scopre che un secolo prima la stessa cupola fu distrutta completamente, più prosasticamente, dalla malasorte di uno spettacolo pirotecnico in festeggiamento d'una elezione papale. Sulla destra invece - non la prima ma la seconda, porta - c'è l'accesso alla Scoletta del Santuario: e questa Scoletta è aperta un paio di giorni alla settimana - il martedì e il giovedì - dalle nove di mattina alle quattro del pomeriggio: sempre, tranne il mese di dicembre perché, mi dicono i volontari che la tengono aperta, il prete, ahem, non vuole.
All'interno, la Scoletta è completamente dipinta: completamente: mostrando un riassunto della pittura padovana del cinquecento piuttosto completo, e ben tenuto.Un giro lo si può fare, sono alcuni minuti spesi bene.
Dopodiché, santificati nell'animo, gli occhi pieni di bellezza affrescata, rinfrancati nell'attitudine e purificati negli intenti, potete uscire alla luce della piazza, alzare lo sguardo, e chiedervi come mai una banderuola di tal fatta:
Ubicazione:
Piazza Petrarca, 35137 Padova PD, Italia
mercoledì 2 novembre 2016
In un nebbioso Medioevo emiliano
Il pomeriggio del giorno di Halloween e terre solitarie apparentemente abbandonate, avvolte in una fitta nebbia a filtrare i colori prepotenti dell'autunno, come teatro di una ricognizione in un Tempo diverso da quello attuale.
Alcuni chilometri lungo le spire tortuose d'una strada stretta immersa in boschi splendidi - dove di là del fogliame autunnale e dei tronchi nero-intensi si intravedono colline morbide dense di chiome, improvvise spigolosità di pietra si spingono verso il cielo, rade, e un campanile distante, isolato, ribadisce una di queste strutture verticali... Dopo una curva che esplode nel giallo perfetto di foglie cadute, nel giallo sospeso di quelle ancora sui rami - una scenografia immobile, ché venti non la minacciano, e uno di quei fotogrammi che Natura alle volte ti mette davanti inavvertitamente, e che ti si ficcano nel profondo delle Sensazioni - lasciamo infine la macchina, solitaria, in un parcheggio pensato per altre affluenze (e, a vedere dai deflussi radiali e profondi, per altre piovosità), e ci incamminiamo oltre la sbarra abbassata verso l'alto del colle di Montovolo: mentre la nebbia che ci accompagna già da qualche ora si addensa, attraversata da nuvole bassissime e veloci: e la sommità del colle si apre in uno slargo di erba bassa e morbida circondata da arbusti ingialliti, rossicci, e sterpi ed erbacce; non c'è anima viva e sembra anima viva non esservi mai stata, e i due o tre edifici che si scorgono sono immoti, perfetti, e sembrano mai frequentati da essere vivente.
Camminiamo passi lenti, curiosi, mentre il biancore di nebbia attorno già ci anticipa che la soddisfazione di qualunque punto panoramico ci sarà preclusa. Superiamo la semplice chiesa [della Beata Vergine della Consolazione], passiamo oltre il quadratissimo oratorio di Santa Caterina - una struttura fatta della grafica tridimensionale ancora imperfetta dei vecchi videogiochi di esplorazione, con pattern murari basilari sovrapposti a solidi semplici sistemati come apparizioni in mondi monotoni di nulla uniforme - e ci avviamo sulla crestina leggermente in salita che porta al Balzo [di Santa Caterina], fiancheggiati da arbusti, sterpi, ingiallimento e rossore di cui sopra: e qui prevedibilmente l'obiettivo oscilla avanti e indietro nel tentativo fallimentare di mettere a fuoco un panorama possibilmente splendido celato dalla nebbia perfetta; dodici cubi di pietra in circolo e alcuni versi basilari ricordano una storia di aereo-caduto-contro-edificio-innocente: tragedia - m'informerò poi - strutturata in un tradizionale schema narrativo, il guasto previsto, le processualità con stranezze, le proposte di limitar'militari che cadono nel vuoto.
Scendiamo di nuovo attraverso il bosco tortuoso, giù verso il fondovalle principale di questa collinosità che sembra abbandonata, naturalmente placida, dominio apparente di briganti, e sicuramente - per comprovato avvistamento - di gazze, Panda 4x4 e Apecar tirati a lucido; fuori da bar dalle serrande abbassate i cartelli ci ricordano d'essere al di qua di quello spartiacque che divide le terre dello gnocco fritto da quelle di tigella e crescentina. A bordo della strada stretta altri cartelli indirizzano a piccoli agglomerati di edifici in mattone e pietra - alcuni sono davvero quattro, cinque parallelepipedi complessi raccolti attorno a una piccola corte; altri sono veri borghi assiepati su modeste sommità collinari, viuzze in salita e gradinate strettissime verso orizzonti diversi, altane e loggette, finestre minuscole e feritoie alle quali manca solo lo spuntare della canna degli archibugi a tener d'occhio movimenti di foresti; e torrette, e fantasmi sbiaditi di affreschi geometrici; e ancora improvvise distese di foglie aranciate e marroni, secche, accartocciate da pesticchiare, spingere a lato come flutti, camminandole; uno di quei posti - si chiama La Scola, questo - uno di quei posti che sono il Medioevo: e mentre li percorri con calma, assaporando con gli occhi la lanterna posizionata perfetta, il cipresso tormentato dal tempo e il suo unico verde-bottiglia intenso, il comignolo che a metà pomeriggio sbuffa fumo bello e odoroso, questo Medioevo ti cinge le spalle e amichevole ti descrive, spiega, instilla la voglia di passarci qualche giorno, qui, con possibilmente la neve fuori, il calore denso della legna che arde, e pochissime occupazioni da seguire: l'arricchimento dello spirito, il riordino delle idee, la carne alla griglia e la soddisfazione sensuale del corpo.
(E se poi hai il coraggio di mettere da parte i sogni avvolgenti, caldi e rassicuranti per anima e corpo, e dell'onirico seguire invece la deriva di fiaba e surrealtà, a pochi chilometri da qui c'è il delirio turrito stravagante della Rocchetta Mattei. Costruzione intrigante, e della quale solo questo vi racconto: ero in coda nel piazzalétto, in attesa di essere forse gestito da un bizantino sistema di prenotazione che - per pigrizia - ho trascurato di approfondire; e una signora davanti a me ha lamentato: E' più facile entrare all'Alhambra, che qui.
E insomma abbiamo uno o più conti in sospeso con queste terre: ci sono in lontananza i primi calanchi gessosi che alludono a scarpe da trekking e carte dei sentieri, e cartelli marroni tantissimi, sui quali i numeri romani non superano il XIII; abbiamo da capire cosa questa nebbia impenetrabile ci ha tenuto nascosto: e cosa passava per la testa del Mattei, tormentato riccastro d'altri tempi.
D'altronde, il Medioevo è esteso - in spazio, tempo, e influenza su spirito ed emozione: esplorarlo può richiedere, come minimo, pazienza, e tentativi.
[Bonus Track] Ad un paio di chilometri dalla Rocchetta Mattei, in località Ponte e in corrispondenza proprio di questo [il ponte], c'è lo spiazzo amplissimo che ospita la Chiesa di Riola, ovvero di Santa Maria Assunta, ovvero quell'edificio progettato da Alvar Aalto nel '66. Movimento Moderno in abbondanza, anni settanta anche, e risultato - secondo il vostro Geografo - opinabile. Documentazione mi dice che sia stata realizzata in dimensioni minori rispetto al progetto iniziale - dannati finanziamenti!; una veloce visita, che il look interno è qualcosa che sta dalle parti delle chiese costruite nel cuore di complessi ospedalieri (non chiedetemi perché); un beffardo spirito di osservazione e collegamento, infine, mi fa scoprire che il proprietario di un trascurato balcone che dà sulla piazza ha ripreso, per la decorazione dello stesso, la silhouette della chiesa. Io un paio di foto le ho fatte, ma vi lascio il piacere di una veloce ricerca nell'internet.
[note] Tutto si svolge nel territorio comunale di Grizzana Morandi (BO). Venendo da Bologna, si abbandona la SS64 Porrettana a Riola, e ci si immerge nel territorio. Noi abbiamo trovato tutto chiuso o inaccessibile per motivo della gestione umana, od invisibile per la nebbia. Questi comunque i link per pianificare o informarsi:
Rocchetta Mattei
Sommità di Montovolo e borgo de La Scola - Strage dell'Istituto Salvemini
Stranezze dell'architettura moderna
| Lo stile romanico montano nella computer graphic degli anni novanta. |
| Dei panorami, alle volta, bisogna fidarsi. |
| Un Medioevo tranquillo (se hai l'archibugio a portata). |
![]() |
| Per Lui, per Lei. |
D'altronde, il Medioevo è esteso - in spazio, tempo, e influenza su spirito ed emozione: esplorarlo può richiedere, come minimo, pazienza, e tentativi.
[Bonus Track] Ad un paio di chilometri dalla Rocchetta Mattei, in località Ponte e in corrispondenza proprio di questo [il ponte], c'è lo spiazzo amplissimo che ospita la Chiesa di Riola, ovvero di Santa Maria Assunta, ovvero quell'edificio progettato da Alvar Aalto nel '66. Movimento Moderno in abbondanza, anni settanta anche, e risultato - secondo il vostro Geografo - opinabile. Documentazione mi dice che sia stata realizzata in dimensioni minori rispetto al progetto iniziale - dannati finanziamenti!; una veloce visita, che il look interno è qualcosa che sta dalle parti delle chiese costruite nel cuore di complessi ospedalieri (non chiedetemi perché); un beffardo spirito di osservazione e collegamento, infine, mi fa scoprire che il proprietario di un trascurato balcone che dà sulla piazza ha ripreso, per la decorazione dello stesso, la silhouette della chiesa. Io un paio di foto le ho fatte, ma vi lascio il piacere di una veloce ricerca nell'internet.
[note] Tutto si svolge nel territorio comunale di Grizzana Morandi (BO). Venendo da Bologna, si abbandona la SS64 Porrettana a Riola, e ci si immerge nel territorio. Noi abbiamo trovato tutto chiuso o inaccessibile per motivo della gestione umana, od invisibile per la nebbia. Questi comunque i link per pianificare o informarsi:
Rocchetta Mattei
Sommità di Montovolo e borgo de La Scola - Strage dell'Istituto Salvemini
Stranezze dell'architettura moderna
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Ubicazione:
40030 Grizzana Morandi BO, Italia
lunedì 31 ottobre 2016
Spiritualità prima di birra e grigliata: la Basilica-Santuario dei Ss Vittore e Corona ad Anzù
Lo so che in quella direzione (quasi tutti) si va per la gigantica birreria di Pedavena: ma perché non far precedere agli eccessi una breve passeggiata, un panorama riflessivo, e qualche accenno di contemplazione e spiritualità?
Era il '96, il Geografo aveva i capelli - e li aveva lunghi, pure - e una chitarra classica portata a spalla, senza custodia, scomodissima (non bastava lo zaino discretamente pesante, per un giovinetto senza allenamento); i piedi però a quel punto muovevano veloci e sicuri, misteriosamente scevri delle vesciche che piagavano piedi e vita del pellegrino medio del Cammino di Santiago; il Geografo si apprestava ad affrontare l'Alto do Cebreiro, praticamente unica montuosità a scomodare l'altresì monotona piattura del Cammino; e alla base della salita quello che sarebbe stato il nostro hospitalero ci propone di caricare gli zaini nella jeep, sì da permetterci di godere di una salita senza fatica. Io obbietto, ho fatto già più di seicento chilometri zaino-in-spalla e - ligio al sentimento di sofferenza e susseguente espiazione cristiana - dico che me lo sarei portato su da solo, in modo da arrivare a Santiago, poi, comunque senza peccati. L'hospitalero - una di quelle figure a metà tra il santo e'il diavolesco, vagamente soprannaturale - l'hospitalero quindi mi dice: ma se non accumuli peccati lungo la via, cosa ti farai poi perdonare, a Santiago?
Quando uno ha ragione, ha ragione.
Grande cena, vino, e spalle per una volta non indolenzite, quella sera.
Acché io vi propongo un percorso inverso, ma similarmente bicefalo. Prima di andarvi a sfondare di birra ottima a buon prezzo a Pedavena - lungi da me il farvi desistere, ché cento e mille sono state le birrette al banco prima di intraprendere sentieri erti a bivacchi, o dopo esser scesi lungo gli stessi, appiccicosi di sudore, gli occhi incispati dal fumo resinoso ed eccessivo delle fornelle e della carne alla griglia; prima insomma di arrivare alla birreria vi consiglio di fermarvi alle porte di Feltre - venendo dalla pianura -, ad Anzù: si gira sulla destra all'altezza dei nuovi svincoli che portano alla paese e si torna per alcune centinaia di metri in direzione sud-est. Si trova - seguendo le indicazioni - il piccolo parcheggio alberato che sta alla base dell'accesso alla Basilica-Santuario dei Ss. Vittore e Corona; qui potete parcheggiare, e intraprendere il breve sentiero a gradini che porta appunto al santuario: dieci minuti - forse meno - di bosco molto bello e gradini bordati di muschi verdi, cappellette in abbandono, e l'improvvisa scalinata monumentale che porta al complesso: dove infine passeggiare pensosi, le mani conserte dietro la schiena, per un chiostro bianchissimo e semplice e quieto, decorato da affreschi naif di personaggi a cui capitano sfighe e che invocano i Santi a sistemar cose; potete stupire - un po' davvero, sì - nella chiesa, solidissima e a modo suo imponente, completamente affrescata (anche con cose di pregio, di scuola giottesca e ispirazione di Cappella degli Scrovegni (cfr. il Giudizio Universale, a sinistra dell'altare)) e ricca di marmi - alcuni dei quali dipinti, ma tant'è. Potete ciondolare sul piazzaletto di sassétti, guardare Feltre lontana e le montagne dietro, la scalinata del santuario quasi a fare trampolino verso il panorama; potete infine - sul retro - salire il versante erboso e gradonato, superare un albero splendido che non ho saputo riconoscere, ed esplorare il "Sentiero natura" indicato da cartello e freccia: e poi dirmi cos'è e dove va, che io non ho potuto farlo.
Ero atteso in birreria.
Era il '96, il Geografo aveva i capelli - e li aveva lunghi, pure - e una chitarra classica portata a spalla, senza custodia, scomodissima (non bastava lo zaino discretamente pesante, per un giovinetto senza allenamento); i piedi però a quel punto muovevano veloci e sicuri, misteriosamente scevri delle vesciche che piagavano piedi e vita del pellegrino medio del Cammino di Santiago; il Geografo si apprestava ad affrontare l'Alto do Cebreiro, praticamente unica montuosità a scomodare l'altresì monotona piattura del Cammino; e alla base della salita quello che sarebbe stato il nostro hospitalero ci propone di caricare gli zaini nella jeep, sì da permetterci di godere di una salita senza fatica. Io obbietto, ho fatto già più di seicento chilometri zaino-in-spalla e - ligio al sentimento di sofferenza e susseguente espiazione cristiana - dico che me lo sarei portato su da solo, in modo da arrivare a Santiago, poi, comunque senza peccati. L'hospitalero - una di quelle figure a metà tra il santo e'il diavolesco, vagamente soprannaturale - l'hospitalero quindi mi dice: ma se non accumuli peccati lungo la via, cosa ti farai poi perdonare, a Santiago?
Quando uno ha ragione, ha ragione.
Grande cena, vino, e spalle per una volta non indolenzite, quella sera.
Acché io vi propongo un percorso inverso, ma similarmente bicefalo. Prima di andarvi a sfondare di birra ottima a buon prezzo a Pedavena - lungi da me il farvi desistere, ché cento e mille sono state le birrette al banco prima di intraprendere sentieri erti a bivacchi, o dopo esser scesi lungo gli stessi, appiccicosi di sudore, gli occhi incispati dal fumo resinoso ed eccessivo delle fornelle e della carne alla griglia; prima insomma di arrivare alla birreria vi consiglio di fermarvi alle porte di Feltre - venendo dalla pianura -, ad Anzù: si gira sulla destra all'altezza dei nuovi svincoli che portano alla paese e si torna per alcune centinaia di metri in direzione sud-est. Si trova - seguendo le indicazioni - il piccolo parcheggio alberato che sta alla base dell'accesso alla Basilica-Santuario dei Ss. Vittore e Corona; qui potete parcheggiare, e intraprendere il breve sentiero a gradini che porta appunto al santuario: dieci minuti - forse meno - di bosco molto bello e gradini bordati di muschi verdi, cappellette in abbandono, e l'improvvisa scalinata monumentale che porta al complesso: dove infine passeggiare pensosi, le mani conserte dietro la schiena, per un chiostro bianchissimo e semplice e quieto, decorato da affreschi naif di personaggi a cui capitano sfighe e che invocano i Santi a sistemar cose; potete stupire - un po' davvero, sì - nella chiesa, solidissima e a modo suo imponente, completamente affrescata (anche con cose di pregio, di scuola giottesca e ispirazione di Cappella degli Scrovegni (cfr. il Giudizio Universale, a sinistra dell'altare)) e ricca di marmi - alcuni dei quali dipinti, ma tant'è. Potete ciondolare sul piazzaletto di sassétti, guardare Feltre lontana e le montagne dietro, la scalinata del santuario quasi a fare trampolino verso il panorama; potete infine - sul retro - salire il versante erboso e gradonato, superare un albero splendido che non ho saputo riconoscere, ed esplorare il "Sentiero natura" indicato da cartello e freccia: e poi dirmi cos'è e dove va, che io non ho potuto farlo.
Ero atteso in birreria.
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Ubicazione:
32032 Anzù, Feltre BL, Italia
venerdì 28 ottobre 2016
Quel sentimento del piccolo paese veneto
Perché anche nel comune e nel diffuso e nel normale c'è una forma di Bellezza: fatevelo, ogni tanto, un giro curioso per le campagne del Veneto. Io ieri sono passato per Concordia Sagittaria (VE).
[...] di quando attraversando le campagne piatte - un'idea di bruma ancora nel primissimo pomeriggio autunnale, per quanto assolato, e l'orizzonte piatto, i pioppi in filari regolari a ribadire argini, e vigneti; attraversando campagne piatte percorrendo strade strette bordate di platani enormi quasi a formare una galleria sulla testa; e dopo qualche curva ad angolo apparentemente innecessario appaiono questi paesetti, concentrazioni di quell'edilizia funesta - la villetta a due piani, il capannoncino - attorno a un incrocio, ad un ponte, o lungo un momento placido di fiume o canale dove qualche barcone è anche attraccato; è possibile - ma non scontato - che nel cuore di questa concentrazione ci sia una qualche vestigia del Passato, il palazzo vescovile medievale con i suoi rattoppi successivi, con le sue tracce di archi in mattone chiusi chissà-quando, e la loggia con qualche archeologia esposta; la piazza con la chiesa e il battistero e, metti - nella prima o nel secondo -, degli affreschi lacunosi di un'epoca provinciale e naif, i santi tutti in quella posizione sempre-uguale che dice 'sta ténto qua!, e pesci guizzanti nel nulla, e le ali d'angeli coperte di occhi stilizzati e gli angeli stessi poggianti sulle ruote che - per carità! - simboleggeranno anche la Forza che tutto muove nell'universo, ma alla fine - gli angeli - sembrano cavalcare di traverso monocicli; nella piazza può aprirsi lo scavo archeologico della romanità anche piuttosto curato, come una piscina di passerelle, sarcofaghi, pavimentazioni e mezze colonne - le stesse mezze colonne e capitelli e lapidi sono su cavalletti di metallo sistemati in giro per il paese; e ci sono i bar-enoteca dai quali o verso i quali la statua a tema agricolo* sembra andare, e anziani in bicicletta volteggiano piano sulla piazza attratti in stormi lenti verso l'affissione dei necrologi - le quali possono essere miniaturistiche fin che vuoi, ma l'anziano-con-moglie già ancora in fase avvicinamento sa benissimo chi è, chi sono i defunti; le bici volteggiano e lo strillone del quotidiano locale dice Dipendente pubblico timbrava e andava a fare la spesa in bici; al di là dell'asse fluviale contro la quale è poggiato il paese c'è la sua brava passeggiata pulita e rifinita di faretti e siepi che nascondono i giardini sul retro delle riapparenti villette (alle quali chiedere quanto contente possano essere, di queste passeggiate guardone), qualche curiosa opera d'arte provinciale e naif che amministrazioni hanno relegato inoffensive giusto fuori dal centro**, l'occasionale bar-latteria, il cartello marrone che indica un punto dell'onnipresente via Annia, e poi di nuovo l'intervento edilizio opinabile, e la strada verso il paese successivo, polo più grande e accentratore delle campagne attorno e luogo dove immettersi in autostrada, quattro assi radiali e tre rotonde e due incroci con semaforo e un unico ingolfamento d'auto di medio-grossa cilindrata nell'ora di punta prima della sera: prima che la nebbia che sale porti con sé il deserto, e dia senso ai ristoranti-trattorie fuori dal centro tutte uguali, siepi quadrate in vaso a nascondere alla vista qualche tavolo all'aperto, gli orli delle tende col pattern dei merli di castello, il beige dominante con righina o con bordino rosso, e quei globi d'illuminazione accesi ma che comunque non capisci se è aperto, o se dannazione è giorno di chiusura.
* che comunque non avrà mai l'intensità del "Seminatore (di ceffoni)" a Busiago Vecchio, del quale un giorno vi racconterò.
** per dire, qui c'erano una barca e un pilone dell'illuminazione rivestiti di patchwork di lana.
Ubicazione:
30023 Concordia Sagittaria VE, Italia
venerdì 21 ottobre 2016
Giusto scendere dalla macchina, sgranchirsi le gambe, Respirare
Un poco di leggenda, ora: per chiostre di monti, aria leggera, colori dell'autunno, e il più classico dei laghi dolomitici.
Che gusto!, che spasso!, per la bambina, l'idea di poter correre e giocare lungo i versanti di un monte che fu suo padre! Ma mentre appunto costei fa piroette di gioia e saltelli, non s'accorge che suo padre il Re si è già increpaccito, irrocciato, inforestito, e un sacco di altri termini del diventare montagna: colta da capogiro cade in un precipizio di nuova formazione, e muore; le lacrime del padre si raccolgono in due ruscelli le cui acque formano un lago bellissimo, mentre le schegge dello specchio - infrantosi nella caduta - rimangono nelle acque come gli infiniti bagliori luccicanti dei riflessi d'acqua purissima.
Sorapiss era il Re - il cui dominio era incluso tra Tofane, Antelano, Marmarole e Cime di Lavaredo; la figlioletta era - ovviamente - Misurina; per completezza vi dico che la fata viveva sul Monte Cristallo, e lì aveva il giardino di fiori stupendi.
E' autunno, e insomma un giro merita, magari anche solo di passaggio. Il Geografo potrebbe denigrare per lunghi quarti d'ora gli alberghi costruiti in riva al lago, ma altresì vi dice di godere dei colori che avvolgono la strada che sale da Cortina, perché se i 1754 metri slm del lago sono quelli degli aghifogli, giusto poco più in basso è il trionfo - in questa stagione - di un giallo intensissimo: ancora più potente se stagliato contro il cielo azzurro di una bella giornata.
Statevi bene.
giovedì 13 ottobre 2016
Cansiglio: per una prima conoscenza
I boschi del Cansiglio sono celebri per la bellezza autunnale: e noi cercavamo un percorso tranquillo, panoramico e vario per una piccola passeggiata domenicale. Beh: eccolo.
Il percorso lo trovate qui: nella versione online di una pubblicazione di Veneto Agricoltura (la versione cartacea, ohimè, il sito dice che è esaurita).
Voi comunque fate come noi: scaricate il Percorso 1, lo stampate*, e impostate il navigatore della macchina su Albergo Rifugio Sant'Osvaldo/Pian del Cansiglio. Vi godete la salita al Cansiglio, i colori, l'improvviso aprirsi della conca prativa. Una volta al Rifugio parcheggiate la macchina, e con scarpette comode seguite abbastanza pedissequamente il percorso di-cui-sopra, indicato in verde tratteggiato sulla carta: perché questa carta è dettagliatissima, e cartelli diffusi in forma di frecce di legno indicano l'anello del Cansiglio in maniera piuttosto precisa.
Siamo rimasti soddisfatti del giro? Nella maniera più assoluta, sì: il bosco cambia - di colore, densità, intensità, attitudine - ogni poche centinaia di passi; i panorami sono splendidi, vari; il dislivello è praticamente inesistente, ideale per una passeggiata rilassante.
E poi c'è una pletora di fenomeni geografici che è un piacere osservare: ma dei quali, eventualmente, vi parlo prossimamente. Voi intanto godetevi un processo di scoperta rilassante, avvolto dell'aroma di boschi umidi, ricchi - e le scarpe su terra morbida, e foglie croccanti, accartocciate.
Buona gita!
(Alcune note: il percorso è super-accessibile, si può fare con bambini- anzi: se lo fate durante il weekend incontrerete numerosi gruppi umani con pancia piena da agriturismo, scarpette leggere e borse firmate a tracolla camminare in giro (è per questo che, come sempre, mi sento di consigliarvi l'infrasettimanale); in un paio d'ore con tutta calma si fa tutto l'anello... ma si può tergiversare e curiosare ed esplorare molto, molto di più!)

* acché, se chiedete informazioni a una specie di guida che si aggira nei parcheggi a sud dei campi da golf, e che nonostante il clima di ottobre - freddo sì, ma non certo estremo - è già vestita come per una spedizione sull'Annapurna negli anni cinquanta (manopole di pelle imbottite comprese); se chiedete informazioni a questo personaggio verrete sicuramente redarguiti che "quella non è una cartina": con sufficienza. Voi rispondete da parte mia che uno, per certo lo è, una CARTA; e due, che a un qualunque esame di Geografia il termine "cartina" lo avrebbe proiettato istantaneamente nella terra del Ci Vediamo Alla Prossima Sessione.
Il percorso lo trovate qui: nella versione online di una pubblicazione di Veneto Agricoltura (la versione cartacea, ohimè, il sito dice che è esaurita).
Voi comunque fate come noi: scaricate il Percorso 1, lo stampate*, e impostate il navigatore della macchina su Albergo Rifugio Sant'Osvaldo/Pian del Cansiglio. Vi godete la salita al Cansiglio, i colori, l'improvviso aprirsi della conca prativa. Una volta al Rifugio parcheggiate la macchina, e con scarpette comode seguite abbastanza pedissequamente il percorso di-cui-sopra, indicato in verde tratteggiato sulla carta: perché questa carta è dettagliatissima, e cartelli diffusi in forma di frecce di legno indicano l'anello del Cansiglio in maniera piuttosto precisa.
Siamo rimasti soddisfatti del giro? Nella maniera più assoluta, sì: il bosco cambia - di colore, densità, intensità, attitudine - ogni poche centinaia di passi; i panorami sono splendidi, vari; il dislivello è praticamente inesistente, ideale per una passeggiata rilassante.
E poi c'è una pletora di fenomeni geografici che è un piacere osservare: ma dei quali, eventualmente, vi parlo prossimamente. Voi intanto godetevi un processo di scoperta rilassante, avvolto dell'aroma di boschi umidi, ricchi - e le scarpe su terra morbida, e foglie croccanti, accartocciate.
Buona gita!
(Alcune note: il percorso è super-accessibile, si può fare con bambini- anzi: se lo fate durante il weekend incontrerete numerosi gruppi umani con pancia piena da agriturismo, scarpette leggere e borse firmate a tracolla camminare in giro (è per questo che, come sempre, mi sento di consigliarvi l'infrasettimanale); in un paio d'ore con tutta calma si fa tutto l'anello... ma si può tergiversare e curiosare ed esplorare molto, molto di più!)

* acché, se chiedete informazioni a una specie di guida che si aggira nei parcheggi a sud dei campi da golf, e che nonostante il clima di ottobre - freddo sì, ma non certo estremo - è già vestita come per una spedizione sull'Annapurna negli anni cinquanta (manopole di pelle imbottite comprese); se chiedete informazioni a questo personaggio verrete sicuramente redarguiti che "quella non è una cartina": con sufficienza. Voi rispondete da parte mia che uno, per certo lo è, una CARTA; e due, che a un qualunque esame di Geografia il termine "cartina" lo avrebbe proiettato istantaneamente nella terra del Ci Vediamo Alla Prossima Sessione.
Ubicazione:
32016 Pian del Cansiglio BL, Italia
martedì 11 ottobre 2016
Sua Sorpresa l'Autunno: Pian del Cansiglio
Ti sei mai chiesto come funziona l'Autunno - quell'improvviso ingiallire, arrossire degli alberi - quell'addensarsi di magia nei boschi?
Funziona che c'è sicuramente una foglia che per prima - per intraprendenza, insolenza, o forse per sola noia - si mette in testa di cambiare vestito: decide di aprire l'armadio e scegliere qualcosa di giallo, arancione, rosso.
E la si vedrà comparire su un ramo, stagliata contro il verde uniforme di tutte le altre foglie.
Non passerà molto - dopo lo stupore iniziale - che qualche altra foglia decida di aprire l'armadio a sua volta: travolta da una improvvisa voglia di cambiamento sconosciuta fino a un minuto prima.
Vedremo dei rami interamente gialli, arancioni, rossi: sembreranno messi lì per sbaglio, presi da altre piante e incollati un po' fuori luogo.
E poi, tutto attorno, improvvisamente: il giallo, l'arancione, il rosso.
(è la prima settimana di ottobre, nella foto, e la Sorpresa dell'Autunno non è ancora esplosa: ma si intuisce un'idea, un'attitudine differente, tra la morbidezza dei faggi...)
Il Pian del Cansiglio è - nel Veneto - uno dei posti più belli dove guardare il gusto della Natura nel pennellare con colori caldi; ed è una gita che chiede pochissimo sforzo.
Vi spiego come - e vi do indicazioni geografiche - tra poco.
Ubicazione:
32016 Pian del Cansiglio BL, Italia
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