giovedì 8 dicembre 2016

Arriva l'inverno: con cibi adeguati

Vi siete mai chiesti come si mangia mentre si attraversa a piedi un'isola molto lontana, molto a nord, molto ostile? Pezzetti di racconto, e una proposta culinaria (già).

Patio cooking in Islanda.
(questa foto è del mio compare Marco)

Ridevamo ogni volta, quando era il momento di fermarsi, togliere gli zaini, e aprirli per preparare il pranzo. C'è un appunto, nel mio diario di Islanda, che dice: Ogni volta che cuciniamo, da qualche parte nel mondo uno chef piange.

Il nostro equipaggiamento alimentare, sufficiente a sostentare (male) i nostri corpi sotto sforzo per quindici giorni di trekking, era all'incirca così composto:
  • un chilo di riso;
  • un chilo di zucchero bianco;
  • un pacco da un chilo di polenta istantanea, ché mio padre ha insistito tanto;
  • una busta di  Harðfiskur, pesce disidratato secco che per gli islandesi è fondamentalmente uno snack, ma che per noi era magica quanto insipida fonte di proteine;
  • una selezione di piatti liofilizzati imbarazzanti, ma buonissimi e salvifichi quando in fine arrivava il momento del pasto.
Ai quali si aggiungeva un curioso fornelletto ad alcool, e relativa bottiglia di carburante, e posate e stoviglie ultraleggere.

Ogni punto di questa lista racchiude anedottistica multi-faccettata, ricca, inaspettata: comprendente incidenti di percorso, ingenuità, stravaganze, sviste.

Ma l'argomento di questo post non è l'Islanda (ci speravate, eh, e i quindici giorni necessari per attraversarla nord-sud, da spiaggia a spiaggia, pesantissimo zaino in spalla e tenda (fortunatamente condivisa col compagno di traversata); né è lo stringente argomento Perché si affrontano avventure delle quali pentirsi (mentre le si combina); né, infine, il modo in cui il desiderio e la fascinazione di Islanda continuano a lavorare dall'interno.

No: l'argomento di questo post è l'inverno, i vetri con la condensa, il freddo fuori intenso, dentro la casa calda e profumo di spezie: sempre che il freddo arrivi davvero. E' bensì il calcolo di una alimentazione invernale che riscaldi corpo e cuore, e che alimenti l'attività sportiva pesistica che, nelle stagioni fredde, si configura come mettere-su-massa.

E allora provate anche voi a cucinarvi in grossi pentoloni la Kjötsúpa, tradizionale zuppa di agnello islandese. Questi gli ingredienti, con una noticina a riguardo delle spezie usate che fa piuttosto ridere. Questa zuppa nutre, cura la depressione ed è medicamentosa. Buon appetito!















Kjötsúpa per italiani, ingredienti

  • un chilo di carne di agnello (si dice spalla, nei ricettari islandesi; io ho usato un "misto agnellone" [sic.] di dubbia provenienza)
  • un litro e mezzo d'acqua (o più, se serve)
  • sale, e molto pepe nero macinato
  • un misto di spezie che dovrebbe chiamarsi Villykrydd e che conterrebbe timo artico, foglie essiccate di betulla, ginepro, e un paio di cose in bacca anch'esse essiccate. Per pigrizia di reperire - ma prima o poi ci proverò - ho usato prezzemolo fresco, sedano, timo e alloro.
  • una cipolla
  • rape, mezzo chilo (ma si userebbe la rutabaga)
  • carote e patate, mezzo chilo in tutto
  • cavolo cappuccio affettato

Kjötsúpa per italiani, passo passo

(questo post è anche un viaggio negli elenchi puntati e numerati)

  1. si fa bollire lentamente in una pentola la carne di agnello fatta a pezzi abbastanza grossi, eventualmente pulita delle parti più grasse. Meglio se ci sono delle ossa.
  2. si schiuma il brodo e si fa sobbollire per quarantacinque minuti con sale, pepe, cipolla e aromi.
  3. la verdura deve essere tagliata in pezzi grezzi, secondo lo slogan "un pezzo, una cucchiaiata"; si aggiungono carote, patate e rape e si danno altri quindici minuti di sobbollire.
  4. ultimi quindici minuti di cottura con aggiunta del cavolo. 
  5. si estrae la carne dalla zuppa, la si taglia a pezzetti e si eliminano le eventuali ossa; si rimette nella zuppa, si aggiunge dell'acqua se serve e si regolano i sapori.
La zuppa sta bene nella sua pentola per una notte, a sviluppare sapori vichinghi. Dopodiché sarà servita calda, in ciotole capienti, con una spruzzata di prezzemolo fresco. Si mangerà la sera, prima di partire in notturna per scorribande verso coste pacifiche.

(le istruzioni vengono da qui)

mercoledì 23 novembre 2016

Le grotte del Caglieron, pt.2

Non è in realtà un "parte due" nel vero senso della parola, ma è il frutto di ulteriore esplorazione, a dire: c'è sempre tantissimo da curiosare - ovunque, vicino, attaccato, affianco, nei dintorni.


Così non contenti siamo sbucati sulla strada asfaltata giusto prima del punto ristoro relativo alle grotte del Caglieron, dopo le pìrole del giro [delle Grotte] stesso, e cartelli malfermi indicavano una ulteriore cavità - la Grotta di Santa Barbara, forse? - e le rovine del castello di Piai: sentiero bello pendente parallelo alla strada, da imboccare senza indugio.

Dopo essere passati - con un po' di imbarazzo - attraverso l'aia di una casa ruralissima, ci si ritrova dentro un bosco fitto, scuro: sentieri altri sono indicati verso tutte le direzioni mentre si sale - oh!, si sale - in direzione delle ruine. E mi piacerebbe essere un po' botanico, per poter descrivere la trasformazione del panorama vegetale durante l'ascesa: ma non lo sono, e quindi niente.

E niente anche per il parlarvi delle ruine: perché lì ci sono pannelli che raccontano di nomi medievalissimi e buffi, tipo Guecellone e Rizzardo; e anche vorrei/potrei parlarvi della storia di quei luoghi: ma il sito della pro loco di Fregona è completissimo.

Vorrei dipingere anche ai vostri occhi i boschi autunnali di-cui-sopra, ombreggiarli per mezzo della luce poco-prima-del-tramonto, incorniciarli di gambe che vanno.

Invece solo vi racconterò in due parole di come salendo io, da bravo ex-praticante tangente e lavorativo della disciplina archeologica, ho prefigurato alla mia Compagna che, Stai a vedere te, le rovine magari saranno poche pietre residue, forse anche invisibili, solo una traccia di fondamenta, un residuo di fossato, un grande vuoto tra gli alberi dove ci immaginiamo, sbuffando per la salita, un imponente maniero.

E quindi svoltiamo l'ultimo tornantino di sentiero prima dell'ascesa finale alle rovine, e sul cartello che le annuncia si legge una benevolmente preventiva scritta a pennarello, che vi trascrivo perché la foto è pessima:

se siete qui per il castello non c'è una minchia!

Con aggiunte forse di pochissimo successive: Vero!! Verissimo! Confermo!! 

E il notevole cappello (xe do piere), sono due pietre, tra parentesi.

La passeggiata è piacevolissima, comunque.

(anche se - al di là della delusione edilizia - manca un po' di panoramica, dacché alberi sono cresciuti tutto attorno la sommità del colle dove sorge(va) il castello, e non si riesce a vedere dall'alto un fin-di-valle che sembra piuttosto interessante...

(qui un po' di storicismi)

lunedì 21 novembre 2016

"Perché è il volo."

C'è un piccolo piccolissimo novero di cose nei confronti delle quali le parole sfuggono: ed è impossibile comunicarne le sensazioni, punto.

Quindi, un breve elenco d'appunti e note personali, per un post dal carattere praticamente pubblicitario, a riguardo del volo in parapendio tandem.
Non sembrava la giornata ideale.
- la lezione più grande andrebbe alla fine, come una specie di cappello riassuntivo, un e-comunque morale. Invece meglio sbrigarsela subito: ed eccola qua: un forse è spinta sufficiente a provare. E quindi l'autunno, la nebbia, l'incertezza metereologica non ci hanno impedito di dire Partiamo, alla meno peggio cerchiamo un posto per mangiare nei dintorni, e torniamo. E invece l'autunno, la nebbia, l'incertezza hanno contribuito a creare (ulteriore) Magia. La "giornata ideale" la si può ricavare in mille modi.
- quando stai seduto nel dietro di una jeep stile safari africano, e la strada (?) è un budello tortuoso e ondeggiante e sconnesso che scala montagne, affiancato da improvvisi vuoti, tronchi, rocce sporgenti: e il guidatore dà di acceleratore come non ci fosse Il Tempo; e il fondo stradale (?) cambia frequentemente e improvvisamente - asfalto crepato, foglie stratificate umide e scivolose, cemento, buche (intese proprio come materiale costruttivo) - beh: in questa condizione, ricordati di tenere sempre la testa bassa, il mento contro il petto, ché le botte a maniglie, maniglioni e finestrini sono inaspettate, e potenzialmente tante.
- che boschi, che boschi!: colori densi dell'autunno, un'apparente immota Natura, strati di foglie secche arancioni, prospettive che cambiano per le curve rapidissime, per improvvise pendenze impossibili; e cartelli segnaletici che promettono sentieri splendidi.
- se ti dicono guanti, guanti è meglio averne.
- fa impressione - questo sì - la forma del punto di decollo: un triangolo di prato a zolle grosse e festuche, vagamente fangoso, una pendenza preoccupante, il vertice lontano, in fondo, che si immerge in vegetazione boschiva (per l'autunno) secca.
- e invece l'impressione di cui sopra svanisce in un attimo, forse perché tutto è velocissimo - fai quattro passi, l'istruttore alza la vela e la vela vi strattona indietro, ti viene detto di correre tantissimo ma in realtà questo tantissimo dura poco, perché i piedi che corrono si alzano da terra, tu ti siedi nell'imbragatura, e poi è Magia,
- perché beh. Perché è il volo, constaterà poi uno degli istruttori, dopo gli atterraggi: e c'è poco-niente altro da dire.
- c'è poco-niente altro da dire del dettaglio di un milione di alberétti sotto di te, della precisione delle stradicciole e delle casupole immerse nei boschi, delle valli incassate strettissime e tortuose e della ruina di edifici che pochi decenni fa erano vivi; e di denti rocciosi che esplodono verso l'alto improvvisi, c'è poco-niente da dire: dell'orizzonte ultra-placido del lago; poco-niente da dire della bellezza non scontata, ricca, dell'atmosfera brumosa autunnale - e quel limite orizzontale tra umidità e non umidità, tra vivido cristallo e sfumata opacità; poco-niente da dire delle sensazioni fisiche, dell'aria in faccia, dell'ampio virare; poco-niente da dire di qualunque riferimento letterario tu possa fare, novello Icaro, provetto esploratore od eroe dell'aviazione.
- le reazioni dell'essere umano a questa esperienza sembrano essere le più variabili. Riso, pianto, magone, magone bello, vertigine, adrenalina, sono-padrone-del-mondo, estrema rilassatezza. Io, di mio, ho passato alcune mezze ore, dopo, con le membra alleggerite, quasi tremule, per il senso di quiete profondissima.
- a me è capitato inatteso, regalo al quale non avrei mai pensato, e cosa non certo ai vertici della mia lista di desideri. Incredibile.
- e incredibile - visto che spesso si configura proprio come esperienza regalo - è il viverlo con la persona che te lo regala. Prendete nota di questo, e guardatevi questa pagina Facebook, e ritagliatevi una giornata.
- e comunque, 'sto Lago di Garda è una sorpresa dietro l'altra [continua.]

giovedì 17 novembre 2016

Piccoli scrigni dipinti, a Padova

Affacciate a piazzette secondarie, meno blasonate, quasi dimesse nel traffico e nella vita quotidiana di Padova, ci sono chiese comunque di un certo fascino, con dipendenze tutte da scoprire.



Tipo in piazzetta Petrarca, o del Carmine. Dove tutti noi universitari letterati o linguisti - o tiratardi della piazza degli spritz - si finiva prima o poi a mangiare il kebab. La piazzetta è lì, un poco svilita dalla strada che la taglia, diagonalmente, in parti ineguali: e questa strada è trafficata, bordata di parcheggi sempre occupati, a proiettare confusione. La piazzetta ha quella peculiare vegetazione di certa Padova: magnolie, pino, palme; sul lastricato di fronte al portone della chiesa - formelle consunte di legno a tema vegetale, piacevole, semplicissimo - c'è un enorme fiore bicromo che ai vecchi informatici può ricordare l'iconcina di Icq. Sulla sinistra della facciata di mattoni, quasi rustica, c'è una lapide che ricorda (vado a memoria) la distruzione della cupola per mano di bombardamento guerresco: ad una veloce ricognizione storica però, si scopre che un secolo prima la stessa cupola fu distrutta completamente, più prosasticamente, dalla malasorte di uno spettacolo pirotecnico in festeggiamento d'una elezione papale. Sulla destra invece - non la prima ma la seconda, porta - c'è l'accesso alla Scoletta del Santuario: e questa Scoletta è aperta un paio di giorni alla settimana - il martedì e il giovedì - dalle nove di mattina alle quattro del pomeriggio: sempre, tranne il mese di dicembre perché, mi dicono i volontari che la tengono aperta, il prete, ahem, non vuole.

All'interno, la Scoletta è completamente dipinta: completamente: mostrando un riassunto della pittura padovana del cinquecento piuttosto completo, e ben tenuto.

Un giro lo si può fare, sono alcuni minuti spesi bene.







Dopodiché, santificati nell'animo, gli occhi pieni di bellezza affrescata, rinfrancati nell'attitudine e purificati negli intenti, potete uscire alla luce della piazza, alzare lo sguardo, e chiedervi come mai una banderuola di tal fatta:



lunedì 14 novembre 2016

Ponti tibetani e tensioni indipendentiste

Questo è come funziona, alle volte: come si progetta - e realizza - una camminata poco impegnativa ma, soprattutto, completamente soddisfacente: per le gambe, e gli animi.


Così il meteo dava un sabato di sole, e nell'aria c'era bisogno di molta distrazione, e di tenere in movimento delle gambe indolenzite da troppe serie da venti di squat con bilanciere. Ci voleva - il tono è quello del narratore delle pubblicità del Montenegro - ci voleva quindi un percorso abbastanza lungo da permettere alle chiacchiere di fare il loro lavoro, e ai pensieri di chetarsi; abbastanza vario da non annoiare; che non prevedesse inerpicamenti ed avventure perigliose; divertente e curioso.

Nel nostro elenco lunghissimo di cose da vedere occupava un posto abbastanza prioritario - un appunto copiato dall'internet: "perfetto per il tardo autunno" - il ponte tibetano sulla Strada del Re (dal Pian delle Fugazze a rif. Campogrosso, in provincia di Vicenza, da qualche parte a sud del Pasubio). Ho steso quindi la carta Tabacco delle Piccole Dolomiti (numero 56) sul pavimento del salotto, e ho giocato con le possibilità di un giro ad anello di circa quattro ore: pendenze modeste, e cosette da vedere lungo la strada.

[Questo scritto dovrebbe in realtà parlare di un clima piuttosto freddo - una leggera imbiancata di neve a terra, e agognare i tratti esposti al sole - e di improvvise e insistenti raffiche di vento, e di come, data una qualunque superficie cartografica cartacea (piuttosto ampia, comunque), il percorso che tu hai da seguire - e, siccome nuovo alla tua esperienza, da verificare con una certa frequenza - si trovi in ogni caso rappresentato proprio sulle pieghe della carta: rendendone l'apertura e la consultazione, ai di-cui-sopra vento e freddo, ogni volta complicata, e svolazzina.]

Comunque. Un bel riassunto del Veneto prealpino di montagna, con poca fatica e molto piacere geografico. Con le scritte VENEXIT a bomboletta gialla lungo i tornanti. Con le cose di ossari e grossi proiettili e monumenti silenziosi della Grande Guerra, lo sguardo panoramico su valli ancora morbide di nebbia e, più in là, la pianura che lavora e produce: e cannoni puntati ancora verso nord, ché non si sa mai. Con stradette pensate per essere percorse in Panda, dipanate attorno a monti modesti, ma comunque vertiginosi, spaccati, vivi: frane attive, rocce e roccette bianche per essersi appena staccate da poco-più-in-sù; roba che scivola e rotola. Poi un rifugio, dove scaldarsi un attimo e guardare le vie di scalata disegnate originariamente a penna e poi fotocopiate, e bere un Genepì fatto in casa versato da una bottiglia ENORME che versa in un piccolo tappo-alambicco che versa - finalmente - nel bicchierino, con grande scomodità di chi la maneggia, questa bottiglia. Con la deviazione sentieristica per tagliare un paio di lunghe anse asfaltate: e la meraviglia di boschi fittissimi, letti di foglie secche ad alternarsi alla neve sottilissima, massi enormi rotolati su piccoli prati a rendere il paesaggio vario, piccole malghe nelle quali sarebbe bello pensarsi la sera al calore del fuoco. (Si poteva tornare alla macchina scavallando una selletta, che immagino poco impegnativa; ma abbiamo preferito ricongiungerci alla strada delle Sette Fontane, e quieti poi rincasare.)

Il tutto è segnalato alla perfezione da un fiorire di cartelli per una volta non scoloriti o sradicati. Fatelo, questo giro: ve ne passo cartografia, se vi serve. Sono terre che hanno molto da dare. I colori dell'autunno mancano un po', forse: ma riempire gli occhi di cose belle, il fiato a condensarsi davanti la faccia per un corroborante freddo, e poi chiudere la giornata con un vino in un qualche venetissimo baretto dell'alto vicentino, al concerto bizzarro di bestemmie e suonetti delle slot machine, merita.

PS. In un sabato d'autunno soleggiato abbiamo incontrato davvero moltissima gente, in giro. Molti erano lì per i trenta, quaranta minuti di camminata verso il ponte cosiddetto tibetano, che è un po' l'attrazione turistica, ora (è di apertura recentissima, e ha ovviato ad una frana che altrimenti interrompeva il percorso). E' carino da attraversare, fa curiosità e la visuale è splendida, ma quello che conta è che attira, ignari, verso terre che sembrano essere piuttosto soddisfacenti, e ricche, da esplorare.


Indicazioni velocissime. Si parcheggia a Pian delle Fugazze (si pagano, i parcheggi: ma ci sono dei lungostrada gratuiti), e ci si incammina in direzione Ossario del Pasubio (il quale si può anche deviare quei dieci minuti per visitarlo). Si prosegue lungo la strada Del Re - dove si incontra il ponte - e si prosegue verso rifugio Campogrosso. Da qui, si ritorna alle Fugazza via strada asfaltata, oppure seguendo il sentiero 170 verso malga Boffetal e strada delle Sette Fontane oppure, per i più ardimentosi, verso selletta Nord-Ovest. Quattro ore in tutto, pausa pranzo (al Sacco) e Genepì compresi.

venerdì 11 novembre 2016

Le Grotte del Caglieron.

Uno di quei luoghi magici da scoprire, da tramandare alle persone: salvo poi scoprire che tutte le persone ne hanno già sentito parlare, sanno cos'è, sanno dov'è. Ma nessuno alla fine ci è stato davvero.

E niente: ci sono queste "grotte" - un complesso di aperture, scansi, cavità - nascoste nella boscosità delle colline che si appoggiano al Cansiglio; grotte che percorri per mezzo di una passerella di legno, al di sotto della quale scorre un ruscello, mentre dall'alto pendono vegetazioni da foresta pluviale; tutto attorno - a racchiudere, e un po' a nascondere - tutto attorno colline boscosissime, rarefatta l'attività umana, e una certa forma di sospensione del tempo piuttosto gradevole.

Sono le Grotte del Caglieron (nel comune di Fregona, TV), e la camminata è una piacevole passeggiata di meno di un'ora, bella perché punteggiata di dettagli diversi: il passaggio fatto così, il fascio di luce che viene proprio da lì, l'edificio storico con la sua atmosfera di isolamento, l'agglomerato di case, il tornantino nel bosco, il punto panoramico... la cascatina, il fiore strano, la galleria naturale, il pilastro ricavato nella roccia. C'è la magia-di-Natura, e c'è l'artificiale: tutto intrecciato con armonia e curiosità e bello-da-vedere.
Dal punto di vista esplorativo, il rapporto fatica-scoperte è davvero, positivamente notevole.

Nello stesso tempo, come da apertura, le grotte del Caglieron sono conosciute, diffuse nella percezione delle genti. C'è un fiorire - davvero - di internet, con commenti e recensioni e indicazioni molto più precise delle mie; peraltro io ci sono stato ormai già un paio di mesi fa, e pure ero distratto - avevo ancora negli occhi la tavolozza caldissima del Cansiglio, scoperta per la prima volta giusto qualche ora prima, il corpo ancora immerso, un po' intontito, nella sua atmosfera vagamente nebbiosa, fredda; e le grotte - essendo domenica - erano frequentatissime: buon per loro: ma la magia, forse, ne ha perso un poco.

Quindi il Geografo cosa può raccontarvi, di originale? Cosa può guidarvi a fare, senza spogliarvi del piacere dei due-passi esplorativi?
Boh.
Intanto, vi consiglia: se riuscite ad essere di passaggio da quelle parti durante la settimana - non so, magari è uscita una giornata in Cansiglio per un improvviso concomitare di giorno libero e meteo felice - ritagliatevi un'oretta (abbondante), predisponetevi al curiosare, e passate di là.
Vi lascio un paio di link, e nel frattempo penso a qualche altra cosa in zona da tramandarvi.

Tutto quello che c'è da sapere sulle grotte del Caglieron.
La pagina FB del Comitato di Tutela delle grotte.

PS. Evitate le giornate invernali: le grotte sono sempre aperte (e gratuite), ma l'accesso viene interdetto nel caso di ghiaccio: ché diventerebbe tutto scivolicchioso,

martedì 8 novembre 2016

Suggerimenti di visione (?)

Ha piovuto quasi ininterrottamente per tutto lo scorso weekend. Il Geografo è il primo a sapere, e a promuovere, la possibilità di fare avventura anche in caso di tempo avverso. Ma questa volta non è andata così.


Bene.

Non che non siano mai avvenute escursioni sotto la pioggia, passeggiate, visite: esplorazioni, in genere - ché la pioggia porta con sé una condizione dell'animo interessantissima e densa: i pensieri possono essere scolpiti, scarnificati all'essenziale e guardati nella loro struttura primaria, tanto ci pensa l'acqua a portare via scheggioline e scorie e scarti ed eccessi (reputati) inutili.

Comunque.

Il Geografo è invece rimasto a casa un paio di giorni, luci basse per un'atmosfera intima, sul fuoco una pentola sbuffante di kjötsúpa - zuppa islandese della quale prossimamente vi parlerò in esteso - numerose tazzone di caffè abbandonate vuote in giro; e per una qualche curiosa forma di masochismo misto a catarsi mista a dissipazione scaramantica ha guardato in successione tre film di argomento "tragedia in ambiente naturale". Li ha guardati nel piccolo riquadro dello schermo del portatile: dapprima seduto al tavolo del salotto, poi steso sul divano, poi a letto, dentro al piumone; piuttosto di frequente fermando la proiezione per leggere, verificare, approfondire. E vuoi l'atmosfera, vuoi l'argomento a lui vicino, il Geografo si è lasciato trascinare in una condizione d'animo sensibile, ricca in sfaccettature, complessissima: una condizione d'animo nella quale sono confluiti piuttosto nitidi e numerosi i ricordi di avventure passate: rocambolesche.

Molto bene.
E - sì, certo: ti vedi spavaldo e super-sicuro anche tu a camminare saltellante su superfici sconosciute, auricolari e musica fracassona nelle orecchie, nessuno attorno per chilometri, e una vaga distrazione addosso. L'hai fatto mille volte.

Ti senti brombissimo - lo zaino sotto la cerata, gli occhiali bagnati e appannati - scendere quasi di corsa a valle, un po' ingrugnito perché hai sentito come obbligatorio lo sfidare gli elementi: i quali solo dieci minuti prima annerivano nel cielo cospirando, guardandoti di malocchio e ridacchiando.

Ti ricordi incastrato nella neve ad ogni passo perché lo zaino pesantissimo di vino e carne da grigliare si sommava ai tuoi ottantacinque chili fuori-forma: e perché le ciaspole non servono [sic.]. Ti ricordi infagottato nel sacco a pelo sui sedili posteriori di una Subaru che non avrebbe dovuto essere abbandonata lì, scossa incessantemente da un vento delirante e contrario che batteva l'altopiano spietato senza-riparo del terzo giorno di trekking. Ti ritrovi senza quel maglione pesante abbastanza. Senza cavatappi in un bivacco oltre i mille-e-sette di quota. Senza acqua sufficiente in un sole imprevisto all'ora di pranzo, un ghiaione bianchissimo completamente esposto, non un albero. Ti realizzi ad aver ricordato male l'orario dell'ultimo treno, od autobus. Ad aver analizzato la carta con troppa leggerezza. Ad aver dato retta al montanaro sbagliato.

Ottimo, davvero.

Ma anche ti riscopri a ridere con uno dei tuoi compagni tradizionali di montagna, mentre vi definite "noi montanari un po' cazzoni". A farti prendere in giro dalla tua Donna mentre la pelle della testa e del naso ti si stacca per le scottature.

Soprattutto: senti (ancora) l'odore del legno scuro della camerata di quel rifugio, da qualche parte nel quasi centro d'Islanda, fuori la pioggia incessante da quattro giorni - il torrente da guadare per arrivarci, al rifugio, beffardamente ingrossato, e gelido; le goccioline di condensa sul vetro attraverso il quale stai guardando - in piedi già da una decina di minuti - alcune tende coraggiose a tremare nel vento; e la sensazione che poco dopo avresti annotato nel diario, che ti avrebbe tormentato per un paio d'altri giorni almeno, e che ora stai rivivendo, è quella dell'uomo grandissimo esploratore ottocentesco in pantaloni cachi e bizzarro copricapo piatto da coloniale inglese la cui spedizione è però bloccata per qualche stupido capriccio di Natura in qualche b*** di c*** inutile e noioso, e tutto quello che può fare, l'uomo grandissimo esploratore, è sentirsi piccolo, piccolissimo di fronte al Tutto.

Ecco.

Questi i tre film che il Geografo si è guardato, quindi. Tutti tratti da storie vere, pensa te.

  • 127 ore. (2010, regia di Danny Boyle. Tratto dal libro di Aron Ralston, Between a rock and a hard place, 2004). Non può non farti venire brividi freddi e vertigine, se anche solo ogni tanto ti capita di andare a camminare da solo. Bello. Mio padre dice che il libro è ansia allo stato puro, e il Geografo se lo sta quindi leggendo.
  • Everest. (2015, regia di Baltasar Kormakur. Parla della spedizione finita male, malissimo del 1996. Diversi libri ne raccontano, tra i quali Aria sottile di Jon Krakauer, 1997). Un film sul disagio che provano gli attori quando in scene di normale dialogo non sanno che facce fare. Bah.
  • Into the wild. (2007, regia di Sean Penn, tratto dal libro Nelle terre estreme di Jon Krakauer, 1996). Americano, nell'intersecarsi di viaggio, incontro umano, filosofia. Mi è piaciuto, anche se ho provato irrimediabile antipatia per il protagonista: forse perché Thoreau l'abbiamo letto tutti a vent'anni e, col tempo, rarefa, e sparisce.
E' tutto. Vi confesso che per stemperare la tensione e riprendere ottimismo ho poi guardato buona parte di Cliffhanger: sì: anni novanta, montagna, Sylvester Stallone. Alla prossima!

Non siate tristi: non è successo nulla!



mercoledì 2 novembre 2016

In un nebbioso Medioevo emiliano

Il pomeriggio del giorno di Halloween e terre solitarie apparentemente abbandonate, avvolte in una fitta nebbia a filtrare i colori prepotenti dell'autunno, come teatro di una ricognizione in un Tempo diverso da quello attuale.


Alcuni chilometri lungo le spire tortuose d'una strada stretta immersa in boschi splendidi - dove di là del fogliame autunnale e dei tronchi nero-intensi si intravedono colline morbide dense di chiome, improvvise spigolosità di pietra si spingono verso il cielo, rade, e un campanile distante, isolato, ribadisce una di queste strutture verticali... Dopo una curva che esplode nel giallo perfetto di foglie cadute, nel giallo sospeso di quelle ancora sui rami - una scenografia immobile, ché venti non la minacciano, e uno di quei fotogrammi che Natura alle volte ti mette davanti inavvertitamente, e che ti si ficcano nel profondo delle Sensazioni - lasciamo infine la macchina, solitaria, in un parcheggio pensato per altre affluenze (e, a vedere dai deflussi radiali e profondi, per altre piovosità), e ci incamminiamo oltre la sbarra abbassata verso l'alto del colle di Montovolo: mentre la nebbia che ci accompagna già da qualche ora si addensa, attraversata da nuvole bassissime e veloci: e la sommità del colle si apre in uno slargo di erba bassa e morbida circondata da arbusti ingialliti, rossicci, e sterpi ed erbacce; non c'è anima viva e sembra anima viva non esservi mai stata, e i due o tre edifici che si scorgono sono immoti, perfetti, e sembrano mai frequentati da essere vivente.

Lo stile romanico montano nella computer graphic degli anni novanta.
Camminiamo passi lenti, curiosi, mentre il biancore di nebbia attorno già ci anticipa che la soddisfazione di qualunque punto panoramico ci sarà preclusa. Superiamo la semplice chiesa [della Beata Vergine della Consolazione], passiamo oltre il quadratissimo oratorio di Santa Caterina - una struttura fatta della grafica tridimensionale ancora imperfetta dei vecchi videogiochi di esplorazione, con pattern murari basilari sovrapposti a solidi semplici sistemati come apparizioni in mondi monotoni di nulla uniforme - e ci avviamo sulla crestina leggermente in salita che porta al Balzo [di Santa Caterina], fiancheggiati da arbusti, sterpi, ingiallimento e rossore di cui sopra: e qui prevedibilmente l'obiettivo oscilla avanti e indietro nel tentativo fallimentare di mettere a fuoco un panorama possibilmente splendido celato dalla nebbia perfetta; dodici cubi di pietra in circolo e alcuni versi basilari ricordano una storia di aereo-caduto-contro-edificio-innocente: tragedia - m'informerò poi - strutturata in un tradizionale schema narrativo, il guasto previsto, le processualità con stranezze, le proposte di limitar'militari che cadono nel vuoto.

Dei panorami, alle volta, bisogna fidarsi.
Scendiamo di nuovo attraverso il bosco tortuoso, giù verso il fondovalle principale di questa collinosità che sembra abbandonata, naturalmente placida, dominio apparente di briganti, e sicuramente - per comprovato avvistamento - di gazze, Panda 4x4 e Apecar tirati a lucido; fuori da bar dalle serrande abbassate i cartelli ci ricordano d'essere al di qua di quello spartiacque che divide le terre dello gnocco fritto da quelle di tigella e crescentina. A bordo della strada stretta altri cartelli indirizzano a piccoli agglomerati di edifici in mattone e pietra - alcuni sono davvero quattro, cinque parallelepipedi complessi raccolti attorno a una piccola corte; altri sono veri borghi assiepati su modeste sommità collinari, viuzze in salita e gradinate strettissime verso orizzonti diversi, altane e loggette, finestre minuscole e feritoie alle quali manca solo lo spuntare della canna degli archibugi a tener d'occhio movimenti di foresti; e torrette, e fantasmi sbiaditi di affreschi geometrici; e ancora improvvise distese di foglie aranciate e marroni, secche, accartocciate da pesticchiare, spingere a lato come flutti, camminandole; uno di quei posti - si chiama La Scola, questo - uno di quei posti che sono il Medioevo: e mentre li percorri con calma, assaporando con gli occhi la lanterna posizionata perfetta, il cipresso tormentato dal tempo e il suo unico verde-bottiglia intenso, il comignolo che a metà pomeriggio sbuffa fumo bello e odoroso, questo Medioevo ti cinge le spalle e amichevole ti descrive, spiega, instilla la voglia di passarci qualche giorno, qui, con possibilmente la neve fuori, il calore denso della legna che arde, e pochissime occupazioni da seguire: l'arricchimento dello spirito, il riordino delle idee, la carne alla griglia e la soddisfazione sensuale del corpo.

Un Medioevo tranquillo (se hai l'archibugio a portata).
(E se poi hai il coraggio di mettere da parte i sogni avvolgenti, caldi e rassicuranti per anima e corpo, e dell'onirico seguire invece la deriva di fiaba e surrealtà, a pochi chilometri da qui c'è il delirio turrito stravagante della Rocchetta Mattei. Costruzione intrigante, e della quale solo questo vi racconto: ero in coda nel piazzalétto, in attesa di essere forse gestito da un bizantino sistema di prenotazione che - per pigrizia - ho trascurato di approfondire; e una signora davanti a me ha lamentato: E' più facile entrare all'Alhambra, che qui. 


Per Lui, per Lei.
E insomma abbiamo uno o più conti in sospeso con queste terre: ci sono in lontananza i primi calanchi gessosi che alludono a scarpe da trekking e carte dei sentieri, e cartelli marroni tantissimi, sui quali i numeri romani non superano il XIII; abbiamo da capire cosa questa nebbia impenetrabile ci ha tenuto nascosto: e cosa passava per la testa del Mattei, tormentato riccastro d'altri tempi.
D'altronde, il Medioevo è esteso - in spazio, tempo, e influenza su spirito ed emozione: esplorarlo può richiedere, come minimo, pazienza, e tentativi.

[Bonus Track] Ad un paio di chilometri dalla Rocchetta Mattei, in località Ponte e in corrispondenza proprio di questo [il ponte], c'è lo spiazzo amplissimo che ospita la Chiesa di Riola, ovvero di Santa Maria Assunta, ovvero quell'edificio progettato da Alvar Aalto nel '66. Movimento Moderno in abbondanza, anni settanta anche, e risultato - secondo il vostro Geografo - opinabile. Documentazione mi dice che sia stata realizzata in dimensioni minori rispetto al progetto iniziale - dannati finanziamenti!; una veloce visita, che il look interno è qualcosa che sta dalle parti delle chiese costruite nel cuore di complessi ospedalieri (non chiedetemi perché); un beffardo spirito di osservazione e collegamento, infine, mi fa scoprire che il proprietario di un trascurato balcone che dà sulla piazza ha ripreso, per la decorazione dello stesso, la silhouette della chiesa. Io un paio di foto le ho fatte, ma vi lascio il piacere di una veloce ricerca nell'internet.

[note] Tutto si svolge nel territorio comunale di Grizzana Morandi (BO). Venendo da Bologna, si abbandona la SS64 Porrettana a Riola, e ci si immerge nel territorio. Noi abbiamo trovato tutto chiuso o inaccessibile per motivo della gestione umana, od invisibile per la nebbia. Questi comunque i link per pianificare o informarsi:

Rocchetta Mattei
Sommità di Montovolo e borgo de La Scola - Strage dell'Istituto Salvemini
Stranezze dell'architettura moderna

lunedì 31 ottobre 2016

Spiritualità prima di birra e grigliata: la Basilica-Santuario dei Ss Vittore e Corona ad Anzù

Lo so che in quella direzione (quasi tutti) si va per la gigantica birreria di Pedavena: ma perché non far precedere agli eccessi una breve passeggiata, un panorama riflessivo, e qualche accenno di contemplazione e spiritualità?

Era il '96, il Geografo aveva i capelli - e li aveva lunghi, pure - e una chitarra classica portata a spalla, senza custodia, scomodissima (non bastava lo zaino discretamente pesante, per un giovinetto senza allenamento); i piedi però a quel punto muovevano veloci e sicuri, misteriosamente scevri delle vesciche che piagavano piedi e vita del pellegrino medio del Cammino di Santiago; il Geografo si apprestava ad affrontare l'Alto do Cebreiro, praticamente unica montuosità a scomodare l'altresì monotona piattura del Cammino; e alla base della salita quello che sarebbe stato il nostro hospitalero ci propone di caricare gli zaini nella jeep, sì da permetterci di godere di una salita senza fatica. Io obbietto, ho fatto già più di seicento chilometri zaino-in-spalla e - ligio al sentimento di sofferenza e susseguente espiazione cristiana - dico che me lo sarei portato su da solo, in modo da arrivare a Santiago, poi, comunque senza peccati. L'hospitalero - una di quelle figure a metà tra il santo e'il diavolesco, vagamente soprannaturale - l'hospitalero quindi mi dice: ma se non accumuli peccati lungo la via, cosa ti farai poi perdonare, a Santiago?
Quando uno ha ragione, ha ragione.
Grande cena, vino, e spalle per una volta non indolenzite, quella sera.
Acché io vi propongo un percorso inverso, ma similarmente bicefalo. Prima di andarvi a sfondare di birra ottima a buon prezzo a Pedavena - lungi da me il farvi desistere, ché cento e mille sono state le birrette al banco prima di intraprendere sentieri erti a bivacchi, o dopo esser scesi lungo gli stessi, appiccicosi di sudore, gli occhi incispati dal fumo resinoso ed eccessivo delle fornelle e della carne alla griglia; prima insomma di arrivare alla birreria vi consiglio di fermarvi alle porte di Feltre - venendo dalla pianura -, ad Anzù: si gira sulla destra all'altezza dei nuovi svincoli che portano alla paese e si torna per alcune centinaia di metri in direzione sud-est. Si trova - seguendo le indicazioni - il piccolo parcheggio alberato che sta alla base dell'accesso alla Basilica-Santuario dei Ss. Vittore e Corona; qui potete parcheggiare, e intraprendere il breve sentiero a gradini che porta appunto al santuario: dieci minuti - forse meno - di bosco molto bello e gradini bordati di muschi verdi, cappellette in abbandono, e l'improvvisa scalinata monumentale che porta al complesso: dove infine passeggiare pensosi, le mani conserte dietro la schiena, per un chiostro bianchissimo e semplice e quieto, decorato da affreschi naif di personaggi a cui capitano sfighe e che invocano i Santi a sistemar cose; potete stupire - un po' davvero, sì - nella chiesa, solidissima e a modo suo imponente, completamente affrescata (anche con cose di pregio, di scuola giottesca e ispirazione di Cappella degli Scrovegni (cfr. il Giudizio Universale, a sinistra dell'altare)) e ricca di marmi - alcuni dei quali dipinti, ma tant'è. Potete ciondolare sul piazzaletto di sassétti, guardare Feltre lontana e le montagne dietro, la scalinata del santuario quasi a fare trampolino verso il panorama; potete infine - sul retro - salire il versante erboso e gradonato, superare un albero splendido che non ho saputo riconoscere, ed esplorare il "Sentiero natura" indicato da cartello e freccia: e poi dirmi cos'è e dove va, che io non ho potuto farlo.
Ero atteso in birreria.



venerdì 28 ottobre 2016

Quel sentimento del piccolo paese veneto

Perché anche nel comune e nel diffuso e nel normale c'è una forma di Bellezza: fatevelo, ogni tanto, un giro curioso per le campagne del Veneto. Io ieri sono passato per Concordia Sagittaria (VE).


[...] di quando attraversando le campagne piatte - un'idea di bruma ancora nel primissimo pomeriggio autunnale, per quanto assolato, e l'orizzonte piatto, i pioppi in filari regolari a ribadire argini, e vigneti; attraversando campagne piatte percorrendo strade strette bordate di platani enormi quasi a formare una galleria sulla testa; e dopo qualche curva ad angolo apparentemente innecessario appaiono questi paesetti, concentrazioni di quell'edilizia funesta - la villetta a due piani, il capannoncino - attorno a un incrocio, ad un ponte, o lungo un momento placido di fiume o canale dove qualche barcone è anche attraccato; è possibile - ma non scontato - che nel cuore di questa concentrazione ci sia una qualche vestigia del Passato, il palazzo vescovile medievale con i suoi rattoppi successivi, con le sue tracce di archi in mattone chiusi chissà-quando, e la loggia con qualche archeologia esposta; la piazza con la chiesa e il battistero e, metti - nella prima o nel secondo -, degli affreschi lacunosi di un'epoca provinciale e naif, i santi tutti in quella posizione sempre-uguale che dice 'sta ténto qua!, e pesci guizzanti nel nulla, e le ali d'angeli coperte di occhi stilizzati e gli angeli stessi poggianti sulle ruote che - per carità! - simboleggeranno anche la Forza che tutto muove nell'universo, ma alla fine - gli angeli - sembrano cavalcare di traverso monocicli; nella piazza può aprirsi lo scavo archeologico della romanità anche piuttosto curato, come una piscina di passerelle, sarcofaghi, pavimentazioni e mezze colonne - le stesse mezze colonne e capitelli e lapidi sono su cavalletti di metallo sistemati in giro per il paese; e ci sono i bar-enoteca dai quali o verso i quali la statua a tema agricolo* sembra andare, e anziani in bicicletta volteggiano piano sulla piazza attratti in stormi lenti verso l'affissione dei necrologi - le quali possono essere miniaturistiche fin che vuoi, ma l'anziano-con-moglie già ancora in fase avvicinamento sa benissimo chi è, chi sono i defunti; le bici volteggiano e lo strillone del quotidiano locale dice Dipendente pubblico timbrava e andava a fare la spesa in bici; al di là dell'asse fluviale contro la quale è poggiato il paese c'è la sua brava passeggiata pulita e rifinita di faretti e siepi che nascondono i giardini sul retro delle riapparenti villette (alle quali chiedere quanto contente possano essere, di queste passeggiate guardone), qualche curiosa opera d'arte provinciale e naif che amministrazioni hanno relegato inoffensive giusto fuori dal centro**, l'occasionale bar-latteria, il cartello marrone che indica un punto dell'onnipresente via Annia, e poi di nuovo l'intervento edilizio opinabile, e la strada verso il paese successivo, polo più grande e accentratore delle campagne attorno e luogo dove immettersi in autostrada, quattro assi radiali e tre rotonde e due incroci con semaforo e un unico ingolfamento d'auto di medio-grossa cilindrata nell'ora di punta prima della sera: prima che la nebbia che sale porti con sé il deserto, e dia senso ai ristoranti-trattorie fuori dal centro tutte uguali, siepi quadrate in vaso a nascondere alla vista qualche tavolo all'aperto, gli orli delle tende col pattern dei merli di castello, il beige dominante con righina o con bordino rosso, e quei globi d'illuminazione accesi ma che comunque non capisci se è aperto, o se dannazione è giorno di chiusura.



 














* che comunque non avrà mai l'intensità del "Seminatore (di ceffoni)" a Busiago Vecchio, del quale un giorno vi racconterò.
** per dire, qui c'erano una barca e un pilone dell'illuminazione rivestiti di patchwork di lana.

mercoledì 26 ottobre 2016

Parigi, in una cosa bella

E' impossibile ridurre la Ville Lumiere a un singolo post, così come è impossibile districarsi tra gli elenchi di dieci, quaranta, cento cose da fare, vedere, provare a Parigi in un weekend, in un weekend lungo, in una settimana, in una vita, eccetera. Così vi regalo una piccola scoperta bellissima - e poco conosciuta - che abbiamo fatto.


Nel momento in cui hai una carta del centro cittadino segnata di cerchi di indelebile nero; due coppie di piedi che con velocità uguale decidono di declinare il più possibile l'invitante offerta delle discese alla metropolitana; zaino leggero, occhio attento, e tantissima curiosità e menefreghismo nei confronti di possibili condizioni metereologiche avverse; ti si stende davanti come un tappeto finemente intrecciato una città il cui connettivo tra Grandi Monumenti e Cose Importanti è egualmente elegante, denso e - soprattutto - stratificato: pronto a ricevere Sensazione, e Significato. Da qualche parte tra le righe del mio quadernetto arancione, per esempio, inizia così un appunto:

Ci chiediamo cosa voglia dire l'espressione Parigi è una città romantica. 
Se sia vera.
Ce lo chiediamo camminando senza fretta attraverso le Tuileries, la domenica mattina, la città pigra - si percepisce palpabile, la pigrizia - attorno a noi: checché ci avessero detto la sera prima due svedesi alcolici a un baracchino delle crepes davanti al centro Pompidou, Dovete svegliarvi presto per visitare tutto, a Parigi - prestissimo: sempre che non beviate troppo la sera prima... oppure bevete troppo e poi vi svegliate presto e visitate tutto: Noi facciamo così, siamo svedesi*; chiusi dentro giacche perché fa freddo nonostante siano già le dieci del mattino, il cielo autunnale di un azzurro intenso e bello e imprevisto e un sole a salire piano che continua a ripeterci Avete fatto bene, a disertar' musei, stamattina; e attorno, le centinaia di sedie verdoline sparse in giro come animali al pascolo tranquillo dei grandi pascoli alpini, a gruppetti di tre o quattro, mezzi circoli, coppie: alcune d'esse solitarie; e corpi di donna nudi verdi-scuri di bronzo, inumiditi sensuali dell'umidità del mattino ad occhieggiare di tra le siepi perfette, verdi-scure anch'esse; meno turisti e più parigini a passeggiare, correre, chiacchierare attorno; e fumo ad alzarsi dal bicchiere del caffè che ho in mano, una mano calda nell'altra, e tutto è perfetto: e cosa puoi dirle, così, alla città?
[...]

Comunque: nel poco tempo che abbiamo per "visitare tutto", scopriamo il Viaduc des artes: un viadotto ferroviario dismesso che inizia da qualche parte a sud-est di piazzale della Bastiglia e che ora accoglie botteghe artigiane, laboratori e negozi di arredamento e design sotto le sue volte, e - soprattutto - un camminamento sopraelevato alberatissimo, sopra: circa sei chilometri di passeggiata, ogni venti-trenta metri diversi per la sfumatura della vegetazione - i colori del fogliame in cambiamento autunnale, ringhiere coperte di edere, rose ed alberi in vaso, gallerie di bamboo; e visuali angolate e panoramiche su vie ed incroci: su chiese, su edifici tagliati di netto per fare spazio alla riorganizzazione urbana - le strutture interne di mattoni esposte nelle quali sono state ritagliate finestre e finestrelle; su campetti sportivi di quartiere trasformati in palestre all'aperto; su terrazzini e abbaini e comignoli e murales e tutto quello che serve per riassumere (almeno una parte di) Parigi.

In www.leviaducdesarts.com c'è l'ufficialità della cosa; nelle foto del post, un po' di quello che abbiamo potuto percorrere prima di essere interrotti da una pioggia birichina che - infine - ci ha sorpresi, e spinti non proprio non-volenti alla ricerca di un aperitivo in happy hour...


* con quella fierezza etnica svedese che credevo esistesse solamente nelle interviste heavy metal.

venerdì 21 ottobre 2016

Giusto scendere dalla macchina, sgranchirsi le gambe, Respirare

Un poco di leggenda, ora: per chiostre di monti, aria leggera, colori dell'autunno, e il più classico dei laghi dolomitici.

Perfettamente in linea con quella felice, scanzonata leggerezza che informa i racconti di montagna - quella positività semplice, quella piacevole joie de vivre - in questa storia si parla di un Re vedovo e tristissimo, la cui unica gioia è la figlioletta - giocosa e graziosa come si confà ai fini di un personaggio di fiaba, ma anche piuttosto viziatella, e dispettosa. Questa figlioletta viene a conoscere che una fata - che vive qualche monte più in là - possiede uno specchio magico che può leggere i pensieri di chi vi si specchia, e quindi tontona il padre acché glielo faccia avere. Per farla breve, la condizione per avere questo specchio è che il Re si lasci trasformare in montagna, sì quindi da riparare con la sua ombra un giardino di fiori stupendi - minacciato da troppo diretto sole - di proprietà della fata.
Che gusto!, che spasso!, per la bambina, l'idea di poter correre e giocare lungo i versanti di un monte che fu suo padre! Ma mentre appunto costei fa piroette di gioia e saltelli, non s'accorge che suo padre il Re si è già increpaccito, irrocciato, inforestito, e un sacco di altri termini del diventare montagna: colta da capogiro cade in un precipizio di nuova formazione, e muore; le lacrime del padre si raccolgono in due ruscelli le cui acque formano un lago bellissimo, mentre le schegge dello specchio - infrantosi nella caduta - rimangono nelle acque come gli infiniti bagliori luccicanti dei riflessi d'acqua purissima.

Sorapiss era il Re - il cui dominio era incluso tra Tofane, Antelano, Marmarole e Cime di Lavaredo; la figlioletta era - ovviamente - Misurina; per completezza vi dico che la fata viveva sul Monte Cristallo, e lì aveva il giardino di fiori stupendi.

E' autunno, e insomma un giro merita, magari anche solo di passaggio. Il Geografo potrebbe denigrare per lunghi quarti d'ora gli alberghi costruiti in riva al lago, ma altresì vi dice di godere dei colori che avvolgono la strada che sale da Cortina, perché se i 1754 metri slm del lago sono quelli degli aghifogli, giusto poco più in basso è il trionfo - in questa stagione - di un giallo intensissimo: ancora più potente se stagliato contro il cielo azzurro di una bella giornata.
Statevi bene.

mercoledì 19 ottobre 2016

Due passi sopra Teolo - aggiunta

(una cosa - un dettaglio - che non vi ho raccontato; ma d'altronde preferisco che le cose le scopriate voi, camminando, curiosando, tocchicchiando in giro, tutto)

Nel fianco del colle, presso il lato destro della chiesetta di Sant'Antonio Abate, si apre una grotta al cui ingresso sta un altare (?) ricavato da un grosso blocco di pietra bianca scolpita; dietro, il buio denso di una piuttosto-grande cavità ovale. Sul ripiano dell'altare (?), e su un tavoletto vicino, una cospicua quantità di agende e quaderni scalcagnati, mollicci per l'umidità, le pagine piene di scritte e firme di visitatori, e richieste di grazia o semplicemente di attenzione dall'Alto.
Succede che io creda moltissimo nella parola scritta: e che non manchi mai di curiosare - almeno in via cursoria - tra le pagine, alla ricerca di un frammento, di un brandello, di Qualcosa: e questo Qualcosa spesso sta proprio nascosto nei libri delle firme (quelli dei bivacchi di montagna essendo i migliori, in assoluto).


Ecco, quindi: una pagina a caso di uno a caso dei quaderni.

Sintetico, realista, in uno strano punto però perfettamente a metà tra spietatezza e amore.

lunedì 17 ottobre 2016

Due passi - due davvero - sopra Teolo

Anche nella confusione domenicale delle sagre in ogni angolo, delle macchine parcheggiate fin su i tornanti, delle moto, dei picnic. Ci sono degli angoli dei Colli Euganei facilmente raggiungibili, ma comunque mozzafiato.














Tipo questo: si arriva al passo Fiorine - sì, dove c'è la baita-ristorante - direi da Teolo. Si parcheggia lì la vettura, si percorre un ulteriore centinaio di metri e sulla sinistra, assieme ad un minaccioso cartello di "strada privata" apparentemente posticcio si trova l'indicazione per l'eremo/chiesetta di Sant'Antonio Abate. 
(Dal pianoro delle Fiorine e alle spalle di queste in realtà si dipartono sentieri e stradicciole in quantità; i cartelli - quelli che non nascono incomprensibili già di loro - sono staccati o sbiaditi. Il Geografo avrebbe avuto quel prurito ai piedi che sa voler dire: percorriamo tutto!, ma si era già nel tardo nel pomeriggio, ieri, e ci sarebbero state altre cose da fare, subito dopo, programmate.)
Si inforca la direzione,quindi, e poco dopo sarà una meraviglia un po' sauvage - come i Colli spesso riescono ad essere - di vegetazione in libertà, rocce vulcaniche macchiate di licheni, distese di pungitopo, felci e gusci di castagne: ci sarà un punto panoramico quieto, proiettato sul nulla; improvvisi gradini a scendere tortuosi. E quel piccolo slargo in mezzo al bosco dove sorge appunto questa chiesetta: minuscola, elegante, popolarissima*: da esplorare, curiosare, approfondire.
Un quarto d'ora di cammino davvero facile, per una piccola sorpresa davvero meritevole.
... e che non vi ho detto della grotta.












Dalla chiesetta si può scendere a Teolo in forma di giro-ad-anello, proseguendo il sentiero. Oppure, presso lo spiazzo sul retro, c'è una indicazione per il "Paradiso di Rovolon": che il vostro Geografo deve ancora verificare, ma si ripromette di farlo.

(nel cappello del post, lo ammetto, ho scritto fondamentalmente che Massì, va bene: non importa la confusione domenicale, questo angolo è bello e speciale. Eppure il Geografo vi consiglia un pomeriggio qualunque della settimana: perché il punto panoramico è splendido da starci seduti qualche minuto nel silenzio; la chiesetta, pure).

* Nel senso di culto popolaresco, non di folle di visitatori (anche se, la domenica pomeriggio, eccetera)

giovedì 13 ottobre 2016

Cansiglio: per una prima conoscenza

I boschi del Cansiglio sono celebri per la bellezza autunnale: e noi cercavamo un percorso tranquillo, panoramico e vario per una piccola passeggiata domenicale. Beh: eccolo.















Il percorso lo trovate qui: nella versione online di una pubblicazione di Veneto Agricoltura (la versione cartacea, ohimè, il sito dice che è esaurita).
Voi comunque fate come noi: scaricate il Percorso 1, lo stampate*, e impostate il navigatore della macchina su Albergo Rifugio Sant'Osvaldo/Pian del Cansiglio. Vi godete la salita al Cansiglio, i colori, l'improvviso aprirsi della conca prativa. Una volta al Rifugio parcheggiate la macchina, e con scarpette comode seguite abbastanza pedissequamente il percorso di-cui-sopra, indicato in verde tratteggiato sulla carta: perché questa carta è dettagliatissima, e cartelli diffusi in forma di frecce di legno indicano l'anello del Cansiglio in maniera piuttosto precisa.
Siamo rimasti soddisfatti del giro? Nella maniera più assoluta, sì: il bosco cambia - di colore, densità, intensità, attitudine - ogni poche centinaia di passi; i panorami sono splendidi, vari; il dislivello è praticamente inesistente, ideale per una passeggiata rilassante.
E poi c'è una pletora di fenomeni geografici che è un piacere osservare: ma dei quali, eventualmente, vi parlo prossimamente. Voi intanto godetevi un processo di scoperta rilassante, avvolto dell'aroma di boschi umidi, ricchi - e le scarpe su terra morbida, e foglie croccanti, accartocciate.

Buona gita!

(Alcune note: il percorso è super-accessibile, si può fare con bambini- anzi: se lo fate durante il weekend incontrerete numerosi gruppi umani con pancia piena da agriturismo, scarpette leggere e borse firmate a tracolla camminare in giro (è per questo che, come sempre, mi sento di consigliarvi l'infrasettimanale); in un paio d'ore con tutta calma si fa tutto l'anello... ma si può tergiversare e curiosare ed esplorare molto, molto di più!)





















* acché, se chiedete informazioni a una specie di guida che si aggira nei parcheggi a sud dei campi da golf, e che nonostante il clima di ottobre - freddo sì, ma non certo estremo - è già vestita come per una spedizione sull'Annapurna negli anni cinquanta (manopole di pelle imbottite comprese); se chiedete informazioni a questo personaggio verrete sicuramente redarguiti che "quella non è una cartina": con sufficienza. Voi rispondete da parte mia che uno, per certo lo è, una CARTA; e due, che a un qualunque esame di Geografia il termine "cartina" lo avrebbe proiettato istantaneamente nella terra del Ci Vediamo Alla Prossima Sessione.

martedì 11 ottobre 2016

Sua Sorpresa l'Autunno: Pian del Cansiglio

Ti sei mai chiesto come funziona l'Autunno - quell'improvviso ingiallire, arrossire degli alberi - quell'addensarsi di magia nei boschi?















Funziona che c'è sicuramente una foglia che per prima - per intraprendenza, insolenza, o forse per sola noia - si mette in testa di cambiare vestito: decide di aprire l'armadio e scegliere qualcosa di giallo, arancione, rosso.
E la si vedrà comparire su un ramo, stagliata contro il verde uniforme di tutte le altre foglie.
Non passerà molto - dopo lo stupore iniziale - che qualche altra foglia decida di aprire l'armadio a sua volta: travolta da una improvvisa voglia di cambiamento sconosciuta fino a un minuto prima.
Vedremo dei rami interamente gialli, arancioni, rossi: sembreranno messi lì per sbaglio, presi da altre piante e incollati un po' fuori luogo.
E poi, tutto attorno, improvvisamente: il giallo, l'arancione, il rosso.

(è la prima settimana di ottobre, nella foto, e la Sorpresa dell'Autunno non è ancora esplosa: ma si intuisce un'idea, un'attitudine differente, tra la morbidezza dei faggi...)

Il Pian del Cansiglio è - nel Veneto - uno dei posti più belli dove guardare il gusto della Natura nel pennellare con colori caldi; ed è una gita che chiede pochissimo sforzo.

Vi spiego come - e vi do indicazioni geografiche - tra poco.